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Come gli aereoplani 1 – Gandara

Gandara

Si tolse gli occhiali e si massaggiò le palpebre con una certa minuziosa violenza, pigiando ben bene i bulbi oculari. L’orologio sul video del computer segnava mezzanotte e 14 minuti, il mouse segnalava che stava registrando, diventando un formaggio che un topo mangiava e poi ancora un formaggio intero e poi il topo riappariva a bocca piena e diceva “Beh, io andrei a letto”.

Questo non era previsto dal software che forniva puntatori animati, ma non sonori; o forse sì, se ne scopre sempre una.

“Beh – insisteva il topo – io andrei a letto” e si stava infatti infilando un buffo pigiamino e un berrettino da notte a pallini rosa, mentre il formaggio si era fermato e il computer segnalava educatamente che il file era salvato, il programma di scrittura chiuso e, volendo, si poteva anche spegnere tutto. Spense tutto, massaggiandosi ancora l’occhio sinistro, tanto era un occhio astigmatico e non serviva a molto per guardare. Spense tutto, anche il bottone interruttore centrale sulla torre del computer, tutto apparte il topo, che fece emergere dal fondo nero dello schermo spento un minuscolo grazioso lettino, ci si infilò, le sorrise e poi disse “Ti dispiace se leggo un po’?” e accese una candelina da cui emanava un chiarore leggero, che si diffondeva anche sul piano del tavolo. Stava leggendo un romanzo, a quanto pareva dal volume del libro, decisamente spesso, che teneva tra le zampette, e per la precisione era Guerra e topi di Lev Topoj.

“Ehheeee” ridacchiò lei tra sé, poi aspettò che i peli sulle braccia, sollevatisi istintivamente in un raggricciamento, tornassero al loro posto, ascoltò i fruscii della casa – le case di notte sono rumorosissime – poi si alzò, girellò, accese la luce, tornò al tavolo da lavoro con sopra il computer e rincalzò le coperte al topino che si era addormentato con la candela accesa e il librone sulla pancia. Chiuse anche il librone, soffiò pianissimo sulla candelina, osservò lo schermo nella cui penombra c’era naturalmente il lettino, il topino che respirava profondamente beato, il librone chiuso e la candelina spenta. Poi si disse che era tutto molto carino e gentile, non sempre la follia si esprime con mostri neri e facce contorte, si congratulò con se stessa per avere allucinazioni tanto simpatiche e andò a preparare una valigia di cose necessarie (pigiama, vestaglia, saponetta, biancheria, un libro, le sigarette di riserva, il telefonino, scarico come sempre …le cose necessarie) per andare difilato alla clinica psichiatrica appena facesse giorno, cioè tra cinque ore e un quarto circa.

“A me pare che ti stai fasciando la testa prima del necessario” fu il commento dell’unica gatta ancora sveglia (le altre due erano una sola rotonda palla di pelo sulla coperta del letto). “E certo – le rispose – infatti infatti. Tu invece penseresti che non dovrei, vero?” Era abituata a parlare alle gatte, a questa grigia in particolare perché sembrava le piacesse molto. Solo non era abituata a sentirsi rispondere.

“Penserei che non dovresti – rispose la gatta – penserei che dovresti chiamare piuttosto Gandara, tanto per sapere che cosa ne penserebbe.”

“Chi?” chiese lei, in piedi in mezzo alla cucina, perché infatti era andata nel frattempo in cucina e stava con una parte di cervello considerando la possibilità di rigovernare i piatti per evitare di doverlo fare la mattina dopo prima di telefonare alla clinica psichiatrica (nell’acquaio c’erano tre ciotole feline, due pentolini in cui aveva scaldato il pollo e il pesce – le gatte mangiavano menù differenziati e la Trilli odiava il pesce – e un piatto con i resti del pane pistoccu al pomodoro, una trovata sarda del supermercato che si era preparata per sé; era buono e veloce e anche sano eccetera pensava).

“Gandara, mi pare si chiami così” disse la Trilli, poi salì sul frigorifero e si dedicò ad affilare l’unghiello del dito medio della zampa sinistra, un unghiello particolarmente soggetto a perdere la punta e che le dava moltissimi problemi. Si sentiva nel silenzio uno “gnam, gnammmmm mmmhhhrrrr gna” che esprimeva in termini rassicurantemente felini l’irritazione per doversi mettere a rifare la punta a quell’unghiello rognoso all’una di notte (erano le una e 23 per la precisione).

Dal fondo della mente, o forse da un po’ più in basso lei sentì risalire su, più su, su su suuuuu, una specie di bolla d’aria, e nella bolla d’aria si formò la faccia sfocata di un uomo un po’ pelato, con l’aria liscia e sfottente, ma molto affascinante e come in una specie di cartiglio (lei sapeva di usare cartigli con cui etichettava i suoi materiali psichici quando riusciva a farlo – cioè di solito uno o due giorni prima di andare dalla sua psicoanalista) lesse sotto la bolla “Gandara, sogno del 9 dicembre”.

Il Ragioniere le precisò dal lato sinistro del cervello, quello dove archiviava le bollette da pagare e l’estratto conto, che si era dimenticata per l’ennesima volta di segnare l’anno e, porca miseria, se essendo un sogno dell’anno in corso ancora si poteva capire dove metterlo, mi dici dove lo archivio io per ritrovarlo che ne so tra tre anni, o due anni fa?

Non gli rispose, un po’ per evitare la solita discussione intima tra il lato disordinato creativo (il lato debole, che perdeva sempre le discussioni) e quello ordinato e frustrante, ma soprattutto per non fargli notare che, pur essendo un Ragioniere, si era espresso con il linguaggio inconscio in cui il tempo si rimescola mentre lui ci teneva tanto a fare finta di essere del tutto parte, anzi l’unica parte, della coscienza di veglia – quella logica col tempo ben in ordine tra ora, prima e poi.

Soprattutto per essere sincera, non gli rispose perché era dovuta balzare ad acchiappare al volo la Trilli che, finito di appuntare l’unghiello, si era lanciata a rincorrere il topino in pigiama che stava tremante e piagnucoloso sotto il termosifone e strillava “Ho sete mamma, mamma un gatto, ho sete aiuto aiuto signorina ahhhhaaaaaaiiiiiiiii”. La Trilli graffiava per liberarsi, il topicchio strillava, le altre due gatte apparvero già in assetto di guerra anche se con gli occhi mezzi addormentati e la situazione si stava facendo complicata, mentre il Ragioniere, per nulla interessato al dramma che si svolgeva tra il termosifono e il tavolo da pranzo, seguitava a ripetere “Eh, e due anni fa io come lo ripescherò questo sogno” mentre maneggiava la bolla d’aria con Gandara dentro – chiunque fosse – e la lanciava in alto e la riprendeva finché non gli cadde per terra e Gandara ne emerse, alto un metro e settantasette, vestito in modo anonimo, con la faccia allegramente dispettosa. Le tre gatte rizzarono il pelo facendo la coda più grossa possibile, il topino disse “Osignoresiaringraziatoilcielo” e si arrampicò sul pantalone color caki (nel senso che adesso era rosa arancione intenso come un cako il frutto arancione intenso del diospero).

L’orologio segnava le 4 e un quarto, il soffitto era il solito soffitto con la macchia di umidità nell’angolo, il letto era il suo solito letto con il copriletto a quadrettoni rossi gialli verdi e blu, le gatte erano acciambellate contro le sue gambe, c’era un normale silenzio in cui passavano rarissimi motorini giù nella strada, seduto in fondo al letto c’era, in pantaloni adesso di un più normale verde militare, il signor Gandara che stava leggendo il manuale dell’html, un economico libretto dalla copertina blu con cui cercava, lei non Gandara, di imparare a costruire pagine web in cui copiare poesie russe degli anni ’20 senza nessun altro particolare motivo che di passare le serate libere.

“E’ un po’ sconvolgente, immagino” – disse lui, senza che fosse chiaro a che si riferiva – e con un sorriso pieno di fascino la baciò sulla bocca lungamente. Un bacio gustosissimo, dovette concordare, anche se era strano essere gustosamente baciata da un proprio prodotto onirico.

“Ma non è un tuo prodotto onirico – disse il signor Jung, affacciandosi alla porta della camera e porgendole una tazza di the fumante – mi pareva che avevamo appurato tra te e la mia carissima allieva che hai un inconscio personale poco differenziato da quello collettivo. Il signor Gandara è una immagine appena più personalizzata del Briccone ermetico”.

Il signor Gandara smise di baciarla e prese la tazza di the dalle mani di Jung, ne sorseggiò un pochettino, osservò che mancava di zucchero e spedì il professore a prendergliene un secondo cucchiaino; mentre erano soli momentaneamente le rivolse un altro sorriso bricconescamente ermetico e le disse “Dio mio, erano secoli che non baciavo una bocca tanto affascinante e gustosa”.

E scosse una capigliatura di riccioli apparsa in quel momento, mostrando un volto molto giovane, molto simile a quello di un cupido da affresco del Settecento e molto molto più bello del suo. Poi tornò lo stesso di prima.

“Beh, adesso basta”, disse lei buttando giù le coperte “sparite tutti, tu, i gatti, Jung e il topo. Dov’è il topo?” “A letto, domani avrà da lavorare nel computer e l’ho rimesso a letto” disse gentilmente Gandara, poi si fece pensieroso e aggiunse “Io sparirei volentieri, ma penso sia stata accettata la tua domanda di iscrizione alla scuola di magia per corrispondenza “Harry Potter” e quindi io faccio parte del corso: sono il tuo primo prodotto magico, quindi per farmi sparire sarebbe necessario che tu avessi anche idea di come si fanno sparire i prodotti magici, oltre che di come si fa a farli apparire e uscire dalla bolla”. Gli si materializzò in mano la bolla d’aria vuota e luminescente: al suo interno una lucetta verdolina segnava le 9 e 48 su un display argenteo: era l’ora in cui la sera prima aveva sognato effettivamente una immagine simile a quella di Gandara, che nel sogno si chiamava Gandara

Gandara aveva appoggiato la palla luminescente sul comodino e stava a osservare lei più o meno con l’aria con cui un bambino affamato guarda un meraviglioso dolcetto coperto di zucchero verde e rosa e farcito di cioccolato. “No” gli disse. “Perché?” chiese lui un po’ deluso. “Non con i miei prodotti magici. O onirici, neanche se provengono dall’inconscio collettivo: O comunque non prima di essersi conosciuti meglio”. Gandara abbassò gli occhi e poi disse “Ah, beh, mi spiace, mi pareva ci conoscessimo molto bene ormai, ci siamo anche baciati”. Non aveva torto, a modo suo, ma non era proprio il caso.

Andò a farsi un caffé, tanto ormai era quasi giorno e trovò il dottor Jung seduto in cucina che dormicchiava appoggiato al tavolo come una vecchia nonna. “Professore!” lo scosse piano finché quello non aprì gli occhi “Professore, vada a dormire, ci vediamo lunedì alle sette da Patrizia, va bene?” “Certo mia cara e intelligente amica psicotica, certo, Però non telefoni alla clinica psichiatrica, tanto non la ricoverano, lei non è mica matta, non più matta di me, e come vede io ho usato la mia psicogenità psicotica per scrivere dei gran bei libri e per insegnare a un sacco i persone a giocare con le loro immagini interiori. Pensi ai soldi che ci sta facendo Hillman, eh?”

“Sì, professore, penso che lei abbia ragione, non è questione di essere matti, solo un po’ … estrosi? Eh? Ma vada a dormire adesso, almeno lei che non è un prodotto onirico mio, ma soltanto il file-guida del programma dei sogni. Giusto?”

Il vecchio sorrise, si alzò accomodandosi la toga da Vecchio Saggio, o Sé come amava dire di Se stesso, che gli si era drappeggiata intorno alla figura un po’ corpulenta. Poi sparì, lasciando appena un sentore di dopobarba alla colonia, un tratto molto elegante proprio da vecchio gentiluomo svizzero.

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