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Amleto e Oreste – Del sottoporsi a giudizio e della funzione civilizzatrice dei giudici

Appunti e lavori in corso

Forse Cacciari nel suo libro Hamletica (Adelphi, 2009) non dice cose nuovissime rispetto al tema dell’agire (Arendt in Vita activa ha posto premesse e sviluppato il tema da leggere ancora il presente attuale, 50 anni dopo il libro). Non so, non sono una filosofa, solo una lettrice.

In ogni modo, se Arendt mostrava come vita politica significasse interrogarsi proprio sull’agire libero dall’abreazione, e quindi anche sulle strutture sociali che lo rendono possibile (individuando nella società di massa capitalistica la sua impossibilità) e sul perdono come liberazione dell’agire dalla catena della vendetta; Cacciari ci mostra Amleto mentre è chiamato dal Padre (il passato e la Catena delle cause – già vista come limite umano specifico dal Buddismo) a agire, cioè a vendicarlo, cioè a inserirsi nel passato e ripeterlo.

Amleto però pensa e scopre che il Padre, come il passato, gli impedisce una vera azione – e se vivere è agire, gli impedisce sia di vivere che di morire (la morte è nello Spettro del Padre provata come impossibile, perché il passato non si conclude, non resta soddisfatto, ripresenta i propri conti da pagare ai figli).

Amleto come Oreste in Eschilo, dunque, trascinato a una vendetta che non vuole dalla sorella che si è votata al Padre fino a negare in sé ogni femminilità e a sposare per dispetto alla madre.

Clitemestra, madre di Oreste, a differenza però della madre di Amleto, offrirebbe al figlio una via di uscita: gli mostra il seno dal quale ha preso il latte e lo supplica, in nome di questo, di non ucciderla (e “uccidersi” annullandosi nella ripetizione del Padre).

Il femminile è centrale forse in questa dialettica? Se la madre di Amleto è mossa all’assassinio del marito dalla lussuria, Clitemestra ha ucciso personalmente Agamennone per vendicare la propria figlia, ma per mano sua gli dei hanno anche vendicato i tanti gesti di superbia (hybris) di Agamennone. Clitemestra è divenuta un alastor, un demone, e nelle sue motivazioni la relazione con Egisto non ha spazio (ma lo ha in quelle degli dei, dato che Egisto è il superstite di una strage familiare, commessa dal padre di Agamennone contro i figli del fratello Pelope, unico sopravvissuto dei quali è proprio Egisto).

Madri che uccidono per vendicare i figli e liberarli dalla cieca hybris vendicativa e mortale dei Padri. Il loro agire è punito perché ripetono esse stesse i modi dei Padri (la tradizione del passato che non passa e si ripete corrotto e corruttore). L’agire che si ripete condanna le generazioni giovani alla sconfitta, all’insensatezza: Oreste infatti uccide la madre e diviene folle, preda della caccia delle Erinni materne e della maledizione di Apollo, dio che protegge il padre.

Nell’Orestea è il tribunale degli uomini, presieduto alla sua istituzione da Athena, che può rompere con il passato interrogandolo, procedendo a una inchiesta giudicante che lo conosca per trovare la punizione sostitutiva della vendetta e farla eseguire. Solo nel giudizio in tribunale il passato si compie e Oreste infatti viene assolto.

Il giudizio verte inoltre sullo stabilire se il figlio appartiene (è  nato) dal Padre o anche dalla Madre. La risposta è patriarcale: il figlio appartiene al Padre e lo ripete, la madre è solo il contenitore fisico utile alla sua nascita (la stessa posizione svilupperà ovviamente Aristotele). Eppure, nonostante questo ribadire che non si evade dal Passato (non si evade almeno per via di Natura), Oreste è assolto in nome della necessità per la polis di mettere fine, compiere e archiviare, la lunga strage delle vendette.

De-cidere (tagliare di netto) è possibile solo a nome di una collettività politica e del suo bisogno di concludere i conflitti. Il tribunale dunque agisce davvero in libertà perché d’imperio taglia la radice con il passato. Questo però non significa perderne la memoria: la collettività politica che indaga i conflitti, tiene pubblico processo in cui li racconta e analizza, decide le pene sostitutive della vendetta, li archivia per propria decisione è la stessa collettività politica che inaugura un tempio alle dee della Vendetta (le Erinni) mutate in Dee di Benevolenza (Eumenidi: dalla buona mente; la radice -men è quella di memoria).

Il mondo greco ha elaborato attraverso una narrazione paradigmatica (un mito) il problema che invece i moderni ritrovano a interrogarli.

I personaggi studiati da Cacciari, Amleto, K. delle opere di Kafka, i protagonisti di Beckett,  non possono adire la via di Oreste per uscire dalla follia, non esiste tribunale rappresentativo di una polis che possa decidere come il passato finisce. Il Padre torna a infierire sui singoli, sugli individui, in assenza di una “città” credibile i cui interessi siano così forti e condivisi da poter autorizzare giudici credibili a posse fine al lavoro di inchiesta sul passato.

Amleto come K. (studenti e agrimensori: gente di lento pensiero) interrogano la credibilità dei Padri e sono paralizzati; le loro stesse interrogazioni li pongono come smascheratori del Passato e dei suoi valori non più validi, della ipocrisia collettiva a cui gli “uomini di azione” soggiaciono (credere e obbedire ai fantasmi è la condizione sine qua non per “combattere”, agire senza libertà, ripetere il passato). Ma non possono rispondere da soli alle proprie domande.

Le domande sulla storia e sui Padri sono domande su ciò che non è possibile conoscere (dato che il passato non è finitezza di fatti, mainfinitezza delle relazioni di cause e conseguenze dei fatti, infinitezza di interpretazioni dei fatti e di trame della loro possibile narrazione); nessun singolo che abbia iniziato a domandare può trovare risposte che non siano altre domande. Il singolo può (e deve) interrogarsi sulla libertà e l’agire e il vivere, ma il dran, il to do, il facere è possibile solo da dentro una collettività viva che continuamente ne elabora i valori condivisi. Solo a questo patto esisterà la memoria e le Buone Dee (Eumenidi) la difenderanno. Solo a questo patto, sotto la protezione delle Buone Dee, gli umani potranno eleggere i giudici che con l’imperio del nomos (norme di legge) e senza offendere la Themis (senso di giustizia e usi di giustizia pre-giuridici, tradizionali) stabiliranno la Dike (giustizia normabile), le sue punizioni, i suoi “passati in giudicato” permettendo al futuro di vivere il più possibile in pace con le ombre dei morti e liberi di loro.

Al di fuori di questo ricorso e appartenenza a una comunità, al singolo rimane altrimenti, per trovare una via di libertà dal Padre-passato, solo l’agire del Perdono e il passaggio dallo spazio dell’azione a quello dell’amare.

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