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Album ’70 (3) – Fidanzamenti

Fidanzamenti


Quando era arrivata al liceo aveva paura, degli altri compagni di classe, degli insegnanti, di sbagliare classe, di non sentire mentre il bidello il primo giorno chiamava le sezioni delle quarte liceo per entrare.

Era una ragazzetta con gli occhiali, una lente da miope e una da presbite, i capelli lunghi legati a coda con le bande sulle orecchie e un fiocco fatto col foulard blu e rosso, una maglietta attillata come voleva la moda, che però tirava sulla pancia per via dei pacchetti di biscotti con cui curava la paura di sbagliare e di essere presa in giro.

In classe c’erano 32 persone, in prevalenza femmine, nessuna faccia nota dato che delle sue compagne delle medie nessuna si era iscritta al classico. Le ragazze nuove erano vestite bene, qualcuna era truccata e sembravano aggressive, sicure di sé, alcune facevano già gruppetti; i maschi ridacchiavano in fondo alla classe, apparte suo fratello più piccolo lei di ragazzi da vicino non ne aveva mai visto nessuno, la madre riteneva che non stesse bene e con sua madre anche un buon due terzi del resto del mondo piccolo borghese da cui veniva. Naturalmente lei aveva letto un sacco di romanzi d’amore e adesso guardava i ragazzini che ridevano là nei banchi in fondo con la coda dell’occhio per vedere se nessuno sarebbe andato bene per fidanzarcisi. Nessuno andava bene, erano rumorosi indifferenti e mediamente bruttini; del resto il fidanzato sarebbe stato meglio fosse uno delle classi superiori, non uno di quarta ginnasio. Sua madre aveva scelto quel liceo perchè era uno dei più tranquilli della città: niente scioperi o occupazioni, niente poliziotti a sgombrare aule; un liceo in cui si studiava al sicuro dal movimento studentesco che da due o tre anni giocava a fare la rivoluzione “Studenti operai uniti nella lotta”.

Poi entrò il mostro. Alle medie lei aveva avuto tutte insegnanti giovani, gentili e l’unico vecchietto, oltretutto paralitico, era stato il professore di italiano, che però la chiamava Ciparissa perché per la sua età lei era alta e perché scriveva dei bellissimi temi sentimentali; proprio per quei temi il professore aveva fatto chiamare suo padre e aveva detto “Questa ragazzina deve studiare, deve fare il classico” e suo padre, un po’ orgoglioso un po’ perplesso aveva detto che andava bene, avrebbero provato a pagarle tutti quegli anni di scuola, ma solo se lei risultava promossa ogni anno, mica la figlia di un pizzicagnolo va a scuola per scaldare il banco, i libri costano.

Il mostro non la pensava allo stesso modo. Era una vecchia zoppa e insegnava tutto: italiano, latino, storia, geografia, greco, 18 ore su 24 alla settimana; era brutta, ma soprattutto urlava, sbatteva entrando col bastone sul primo banco, dando colpi a due centimetri dal naso di Fabrizio, che era grasso e lento a alzarsi in piedi, a rischio di spaccaglierlo il naso. Ed era silenziosa nel camminare, così arrivava senza che nessuno la sentisse, si materializzava sulla porta e urlava “Alzatevi, maleducati”. Poi cominciava la lezione, o meglio cominciava una lunga storia sul fatto che puzzavano, che non si lavavano abbastanza, “vastasi”, e dopo spiegava che quel “vastasi” siciliano veniva dal greco antico e voleva dire “facchini”. Dopo il “facchini”, si rivolgeva al suo banco, era finita al primo banco, e con un sorrisino acido delle labbra ridotte a un filino e sostituite da una cornice di rossetto rosso geranio dipinto sul mento e sotto il naso, cominciava i suoi commenti “Il lutto si addice ad Elettra, vero? E sempre sei vestita di nero tu?” Infatti lei era sempre vestita di nero, perché il nero dimagrisce, perché il maglione a collo alto nero era come quello degli esistenzialisti che aveva visto in un programma televisivo con la Grecò che cantava in una cave a Parigi, e perché poi era triste e il nero diceva proprio che era così, triste. Lei a scuola era sempre andata volentieri perché scirveva dei temi sentimentali che piacevano molto al professore paralitico delle medie; adesso quello che piaceva al mostro non si capiva; si capiva solo quello che diceva tutte le mattine: che il liceo classico non è scuola adatta a bambine di famgilei che non hanno un solido retroterra culturale, come le bambine figlie dei ferrovieri (questa era l’Annarella, di Certaldo, figlia appunto di un ferroviere e sua compagna di banco) o dei pizzicagnoli e droghieri (e questa era lei); non era adatto nemmeno alla Roberta, che era figlia di un medico, o alla Costanza che era figlia di un avvocato, ma per loro la faccendo non si capiva dove risiedesse se non nel fatto che erano tutte e due molto belle, molto allegre e che ridevano sempre a sproposito. La vecchia era invidiosa e soprattutto pensava che un ragazzino o una ragazzina che rida attentava al potere e il potere in classe era suo, tanto che li chiudeva a chiave quando i grandi nei corridoi proclamavano gli scioperi a metà mattina e urlavano ai piccoli del ginnasio “Uscite, uscite, uscite” ritmando grandi pugni sulle porte. Loro uscirono una volta, ma solo perché da fuori quello di terza, bellissimo e con la barba come il Che Guevara si mise a urlare “Sequestro di persona, se non apre la porta la denuncio per sequestro di persona” e il mostro diventato tutto umile aveva aperto e si era messo a piagnucolare che lei non voleva sequestrare nessuno, solo difendere i ragazzi dall’aggressione di loro, comunisti. Il preside in queste occasioni si nascondeva nel gabinetto della presidenza e il vicepreside andava a telefonare alla polizia, che però non veniva perchè di solito loro scioperavano fino alle due del pomeriggio, ma non occupavano la scuola, erano troppo pochi; così sua madre aveva visto giusto, anche se a volte c’erano quei corte interni tra seminterrato e gabbiotto dei custodi, di solito lì era tranquillo; altrove intanto le occupazioni andavano avanti settimane, la polizia irrompeva, la notte i ragazzi restavano a scuola lo stesso e si fidanzavano tra compagni.

Dopo quella volta, in cui il mostro aveva aperto e loro erano tutti sgattaiolati fuori passando sotto il braccio di quello di terza con la barba come il Che Guevara, lei si era innamorata di lui ovviamente, ma siccome era tutto sommato una ragazzina seria, si era anche detta che uno così oltre ad essere fidanzato con una bellissima di seconda bionda, era anche adorato da metà delle altre ragazze e quindi che era meglio trovarsi qualcun altro di cui essere innamorata e poi fidanzarsi con lui: non è mica necessario fidanzarsi con il capo in testa, può andar bene anche un gregario, basta che sia carino e sia un compagno. Non che nel liceo i compagni fossero moltissimi: era un liceo tranquillo, borghese, pieno di gente a cui non importava molto la rivoluzione e invece importavano le festine, la vespa e le borse di Gucci; la politica al liceo era divisa tra destra, la maggioranza cioè a cui non importava nulla della politica ma che votava contro le occupazioni alle assemblee e poi una piccolissima minoranza di fascisti iscritti al Movimento sociale, questi incazzati come quelli di sinistra contro la plebe dei menefreghisti; poi c’erano i compagni, che andavano lungo l’arco costituzionale dalla sinistra di base della DC al Pci. E poi c’erano quelli del movimento studentesco, cioè l’ultrasinistra extraparlamentare, cioè gruppini che cambiavano nome tutti gli anni – la Tere era del GAP, che significa qualcosa come gruppo di azione proletaria, lei era del Pci per necessità di famiglia e per senso della storia: suo nonno era stato un comunista del ’21 (così si diceva in casa, però aggiungendo poi che per ciò non aveva conservato le due botteghe di macelleria e la villetta a due piani ereditate dal bisnonno Antonio) e suo padre votava Pci. Il Pci faceva mozioni non massimaliste alle assemblee e lei era amica di uno che votava quelle mozioni, però era un democristiano di base, figlio di un pezzo grosso doroteo che infatti non gli parlava e a volte lo menava per via che lui era andato troppo a sinistra. Si chiamava anche lui Fabrizio e gli piaceva studiare fisica, così si scambiavano i compiti (lei passava quelli di lettere e lui quelli di matematica e facevano lunghissime discussioni sul fatto se fosse più serio fare greco o fisica all’università in rapporto alle necessità della rivoluzione, che lui non voleva come lei ma comunque riteneva improtante lo stesso essere impegnati, fare qualcose di utile agli altri, come andare in Africa col dottor Sweitzer a curare i negri con la lebbra. Erano amici e se lui fosse stato più bellino forse si sarebbe anche un po’ potuta innamorare, però era grassotto e fatto a fiasco, con un sederone grosso e le spalle strette, non somigliava a Mal dei Primitives né ad Alain Delon).

Gli attivi li facevano il pomeriggio alle cinque e prima bisognava aver finito la versione di greco, anche se sembrava inutile perché nei compiti lei predeva sempre tre, quattro, e nelle interrogazioni non riusciva a rispondere perché il mostro le faceva l’effetto parlizzante solo con gli occhi e gli sputacchietti di saliva quando diceva “dimmi, dimmi l’aoristo di istemi se lo sai!”. Lei lo sapeva, ma data la domanda lo dimenticava e stava zitta a fissare la carta geografica muta appesa al muro o la faccia del camerata Matteo del primo banco, provvisoriamente alleato nonostante la politica li dividesse, e più terrorizzato di lei dato che dopo il silenzio il mostro sibilava “E tu, Matteo, lo sai?” e lui non lo sapeva. La Roberta nel terzo banco ridacchiava con la Costanza, ma a loro non veniva chiesto nulla, tanto erano già bocciate.

Alla fine del primo anno, il mostro li imbarcò tutti su un pullman con la quinta D e li portò in gita a Bolsena. Una gita bellissima, soprattutto perché c’era Enrico, uno di quinta D, che era anche uno iscritto alla FGCI, anzi anche se era piccolo era il rappresentante della federazione giovanile comunista del liceo e lei lo conosceva per via degli attivi. Enrico aveva portato la chitarra e arpeggiava Guantanamera, che era una canzone cubana e perciò di per sé rivoluzionaria. Lui arpeggiava e era innamorato di una con gli occhi verdi, bionda e spigliata, ma arpeggiava e cantava in cubano e lei si era seduta nel sedile vicino, assieme alla Teresa così su quel solo sedile c’era tutto il collettivo comunista della quarta B che erano loro due e cantavano, anche se lei era stonata cantava e guardava i ricci neri di Enrico pensando che non ci si sarebbe fidanzata dato che non era bionda, non era spigliata e non aveva gli occhi verdi, però si stava innamorando moltissimo e nella sera verso cui il pullman correva tornando a casa da Bolsena, col lago a sinistra che diventava sempre più grigio, lei era innamorata e tristissima il che la faceva sentire molto grande, molto esistenzialista e molto felice. Stava anche fumando e il mostro dai sedili in fondo strillava con la vocetta acuta “Ma che lagne suoni, cantiamo tutti una bella canzone” e attaccava “Barbera e champagne” di Gaber, che è una canzone tristissima anche senza il lago di Bolsena o l’amore ma alla vecchia pareva divertente. Non capiva nemmeno le canzoni, lei, era solo un mostro e a greco continuava a darle quattro, però la rivoluzione era lì, con la Tere, la sigaretta, la chitarra e bastava aspettare.

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