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Album ’60 – Leona Markus

Leona Markus

Leona è bionda, fresca di parrucchiera, con un casco d’onde impietrate in lacca e cotonature ultima moda.

Era il ’59, o forse il ’61, che la incontravo. E il trucco è boffice di cipria profumata sopra una stuccatura di fondotinta bronzeo; il rossetto fiammeggia, è corposo; materico si stende sulle palpebre in due onde marine l’ombretto smeraldino, scaglie di coda di sirena, pasta di sirena per Leonetta-sirena. Sopra, nella liscezza della tabula rasa delle sopracciglia, archi perfetti di matita nera si inarcano festosi.

Era un sogno, la Leonetta, in cui si confondevano le foto delle attrici di Grand’Hotel; nel sogno di stanotte torna a trovarmi e si invita a cena.

Leona aveva un grande appetito. Di nome era proprio Leonetta. Leona il diminutivo. Amava i cagnetti bastardi. Mangiava gran pignatte di minestrone e, d’estate, il cocomero col pane per atavica miseria di famiglia e per sincero gusto personale. Era operaia nella ditta farmaceutica in cui lavorava, da ragazza, mia zia. Avevano insieme vent’anni durante le guerra, la seconda; nella fotografia, tra tante ragazze in cuffia e camice da lavoro, loro due ridono con le bocche a cuore. Sono amiche per la vita, sono due ragazze non brave dagli occhi allegri.

Mia zia da due anni sta col merciaio sposato – merciaio provvisorio, già musicante d’orchestrina, tranviere, tornitore, pittore, trafficone in borsa nera e calze. Ha 40 anni e due figli, ma anche la Topolino – zia da una foto si sporge dalla macchina, basco su un occhio e sigaretta spenta in bocca, ride scoprendo una gamba e guarda l’obbiettivo in una imitazione della perversità. Fuori foto il parentado si indigna e il quartiere chiacchiera di quell’amore sfrontato e allegro che in Topolino se ne impipa degli anni ’50.

La Leona non chiacchierava, era una buona amica, era una gran mangiatrice di guadagnato cocomero, aveva un cuore affettuoso e sincero. Così non si prese il merciaio, ma si prese il dottore.

Il dottore era un bell’uomo, dirigeva la ditta e le ragazze che ridono dalla fotografia, aveva moglie ma prometteva di lasciarla. E Leonetta lavorava di lena, un po’ perché era nata lavoratrice, un po’ perché il dottore faceva le sue belle gratifiche e la sua bella figura, per tutto quel lavorare operaio, di fronte alla padrona della farmaceutica (che, la città è piccola, si dice fosse la Drusilla versificata in Mosca dal Poeta, povero insetto tra più seducenti e però anche più cagionevoli e Volpi e Clizie) .

Così, lavora lavora, ama ama, Leonetta non si cercava marito, stava di casa nell’appartamentino sopra il laboratorio, aspettava. Sua mamma scuoteva la testa, cucinava minestroni e rintuzzava di persona, in assenza del defunto marito, i pissipissi del vicinato.

E passano gli anni.

Zia va a vivere a Milano, il merciaio di trasmuta in restauratore, la Topolino in Giulietta, gli affari in cui lui ha investito fantasie e lei la liquidazione vanno benino. Leonetta a volte prende il treno e va a chiacchierare con la sua amica, un po’ tollerata, e però sempre meno di grazia, dall’ormai antiquario con clientela fine, che borbotta alla Pina che la Leona si trucca troppo, anzi si trucca che pare, come dice lui, una passeggiatrice.

E nasco io e cresco un po’, la misura giusta per trottare in centro tutta vestita a fiocchi e pizzi, a prendere la panna col cialdone al caffé Torricelli, senza sbrodolarmi, seduta a tavolino con loro, le amiche che chiacchierano fitto che ora si fanno lunghi i riassunti di quel che succede ai loro sogni intatti di ragazze e il tempo incalza.

E’ un gioco e si chiama “fare alle signore”; nel cerchio di me, del tavolino, di mia zia che guardiamo una via Cerretani invernale, lucida di pioggia in bianco e nero, senza turisti com’era nel ’59, nel ’61, ecco che appare la Leona preceduta dal suo profumo. Bionda, elegante, truccata, alla moda, coi tacchi a spillo, la borsa e nella borsa un topo d’avorio con occhi di rubini rossi che mi lascia guardare. Mi fa le moine e mi dice “bella” e “signorina” e io ci godo, ma mi intimidisce che è come le attrici e tanto tanto bella a mio parere. Io mangio la panna, loro chiacchierano, chiacchierano di amori, arrivano i caffé, la voce di Leonetta è forte, un po’ alta, roca di fumo. A me piace ascoltare, mi ci perdo senza capire e non mi importa, sono al centro quieto di un cerchio di voci di donne, sicura, signorina apprendista a cinque anni, che guarda e sogna e si gode, come un porcello il brago, la panna, i “com’è bella”, i “com’è buona”.

Il dottore ovviamente la lasciò che ormai eran vecchi e la ditta si riprese la casa, lei comprò un due stanze con la liquidazione, la madre era morta, le restava il canino, il fratello cercò di farsi intestare la casa e cacciarla, lei non gli parlò più. Continuò invece a tenersi con cura, a imbiondire i capelli, a truccarsi. Lo zio gli ultimi anni era riuscito a vietare di invitarla a Milano, era, credo, semplicemente geloso. Morto lui, Leona venne a consolare l’amica, io avevo 24 anni, lei era uguale, solo sotto il fondotinta c’erano dei dispiaceri. Mia zia, che conservò il viso liscio fino alla fine, disse che era colpa della troppa cipria che secca la pelle e fa venir le rughe. Erano sempre le amiche. Poi mia zia morì.

Sull’elenco del telefono, dice mia madre, da qualche anno il nome di Leonetta non è più registrato. Io ho pensato che le sia dispiaciuto morire lasciando solo il canino.

Io non sono diventata una signora, ma nella borsetta accanto al portacipria che non uso c’è ancora il topo d’avorio, Dora Markus invidiosa ne aveva avuto uno uguale

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