Alla coop

Alla Coop

Sono due, allo scaffale dei biscotti.
Secche risecchite come prugne secche, piene di grinze; una è senza denti. Hanno un cestino, una porta un cappotto verde a scacchettoni e l’altra uno grigio a scacchettoni; cappotti da pensione sociale, 80 anni e seicentomila lire. Si tengono per mano; una ha l’aria spersa, forse ci vede poco, in ogni modo ha occhiali di plastica nera spessi come fondi di bicchiere. Sorridono, parlottano e si tengono per mano.
Io cerco il caffè e non trovo il mio in mezzo a pacchi rossi, neri, gialli, barattoli e scatole offerta speciale. Sono le sette di sera, sono in giro da stamani, piove da stamani, mi gira la testa perché ho saltato il pranzo e a casa c’è il disordine implacabile dei giorni di lavoro. Sono stanca e il negozio è semivuoto, ora di chiusura, scaffali saccheggiati, commessi coi cappellini bianchi che vagano tra carrelli senza destinazione precisa, scatoloni vuoti, avanzi della giornata. Anche il neon ha sonno e dà quella luce da ospedale che spara le facce in poltiglia grigia, che ovatta anche la confezione più squillante in un colore violento e smorto da fineserata e fuori piove.
Io cerco il caffè e le sento ridacchiare più forte, fanno moine con vocette seccherelle come loro “Guarda! E’ tutta rosa …” “Bellina, mimmina …”
C’era perdio, in fondo a tutto, dietro il Lavazza e il Kimbo, eccolo lì, una fila verde, equa e solidale per i miei sensi di colpa solidali, se equi non lo so. Acchiappo, infilo nel carrello, incrocio una bocca spalancata in un sorrisone sdentato di gengive rosee. Penso maligna che la mimmina ora si mette a piangere, se ha visto le befane.
E invece è rosa dalla testa ai piedi, appesa allo zainetto sulla pancia di una mamma giovanissima, e ride, ride una risata grandissima e sdentatissima, di gengivine rosa felici di ricambiare il giochino con le due befane.

Le incontro ancora alla pasta, anzi io sono alla pasta, loro di fronte passano in rassegna lenta le cioccolate, a passettini incerti; colgo il borbottio tenero della sdentata a quella con gli occhiali: le batte affettuosa sulla mano “ .. ti volevo fare un regalino …” Mi si stringe il cuore, il mio cuoricino equo e solidale, che regalino, che regalino con quei cappotti e seicentomila lire al mese?
Domani è il 22, mi bastano cinquantamila lire? Mi bastano perché ho cinquantamila lire e sennò alla cassa devo lasciare roba; il 22 è lontano tre giorni dal 25 e dallo stipendio. Mi si stringe il cuore, il mio cuore che non arriva mai pari alla fin del mese e quando sarò una befana senza denti non avrò seicentomila lire al mese, ma non mi basteranno lo stesso se mi ammalo e se devo come dovrò pagarci l’affitto.
Pollo, pesce per i gatti, porri, al biologico sono avanzati due porri menci e una cassa di kiwi, non mi piacciono i kiwi, i porri vanno bene, domani schiacciatina fetentina dal bar di Marco a pranzo e minestra di patate e porri a cena, se mi rimetto a intenerirmi sulla fame di quando sarò pensionata mi devo ricordare di mandarmi in culo, magari a 80 anni non ci arrivo e ho risolto il problema, vaffanculo.

La cassiera il suo fanculo lo ha già recitato alle cinque, ora guarda nel vuoto e passa la mia spesa dall’aggeggio della cassa – beep beep beep – cercando più che può di alzare un muro tra il mondo e lei. Guarda nel vuoto e sbatte la roba giù per la discesa, io afferro e infilo nelle borse, guardo le borse, ho il mio muro altissimo tra e me e il mondo. La Coop sei tu.
Pesce, pollo, pane, porri, una tavoletta di cioccolato che a capofitto si fionda saltellando tra la mia roba. La ripiglio al volo, la cassiera guarda me senza guardarmi e strilla “Ma no, ma lasci stare, così non si ferma”. Dietro, la vecchina senza denti rincorre su e giù per il nastro scorrevole i pelati, una bottiglia, la cioccolata che ho porto alla cassiera borbottando “Non è mia” e che lei ha riappoggiato sul nastro ma la vecchina l’ha ripresa, riportata indietro e ora la rincorre mentre tutto ruzzola su e giù e lei ride, l’altra che non ci vede bene guarda in aria questo mondo nebbioso e ride, ridono e giocano con le quattro cose che hanno comprato e che vanno su e giù per il nastro perché non ci hanno messo l’apposita sbarretta con scritto “cliente successivo” e quindi, come la cassiera spiega, ridendo anche lei, il nastro non si ferma e se la vecchina sdentata non la smette non si finisce più.
Ride anche la minuscola befanina tutta rosa, sulla pancia di sua mamma che aspetta a mettere la sua spesa sul nastro della cassa, aspetta e ride, con la cassiera e con me, con le due vecchiacce befanone che giocano col mondo e hanno svegliato tutta la coop, tanto che ora il neon illumina, gli scaffali ammiccano pieni di roba colorata, ricca e lussuosa, ridono di abbondanza gli scaffali mezzi pieni, e i pomodori ruzzolano felici su e giù per lo scivolo:
“Aspetti”
“Oddio scappa”
“Tieni la cioccolata”.
Ecco qual era il regalino: ha vinto lei, glielo ha fatto il regalino. Se ne vanno per mano, a passettini, quella con gli occhialoni ha la cioccolata in mano, l’altra una borsina piccola, ci saluta ridendo, spariscono nella pioggia là fuori facendo ciao con le manine secche alla bimbetta, che  fa ciao.
Io pago, ringrazio la cassiera che ringrazia me, ci guardiamo scuotendo la testa, noi due bambine sagge che sappiamo come si gioca a fare le signore che fanno la spesa, non mica come quelle altre due bambine buffe che giocano con i barattoli.
“Buona notte, grazie, signora”
“Buona notte, signora, grazie”.

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