Primavera in Riviera

Tra due gallerie il treno sferraglia empiendo di colpo il mondo di un rumore assoluto e dal treno il mare è un lampo. Erta sul fianco aspro della collina appare una casa, grigia e rosa nel verde del giardino; come in un quadro di Tosi, la luce la liquefa tra le ciglia: primavera in Riviera.

Fuori stagione alla stazione di Z. non scende quasi mai nessuno: la fermata del treno che le ferrovie attivano è, come per un tram cittadino, a richiesta. La donna nascosta dietro una rivista di moda forse non lo sa; Carlo ripassa nel corridoio tra gli sbuffi d’aria che portano odore di galleria e di pino e la guarda per l’ennesima volta; forse è americana. Forse un’attrice americana in incognito. Le lenti degli occhiali da sole cancellano il suo sguardo in due pozze di oscurità incorniciata di plastica rosa.

Le ha controllato il biglietto dopo Carrara, ha preso mentalmente nota – come fa in automatico dopo 20 anni di ferrovia – della destinazione. Dovrebbe avviarsi verso le porte, far suonare il cicalino, avvisare così Mauro nella littorina che qualcuno vuole scendere a Z.

Lei continua a tenere la rivista davanti al viso.

Il treno semivuoto comincia a rallentare, una curva e poi se nessuno chiederà la fermata riprenderà a correre verso Rapallo, Genova. Nessun altro, apparte la donna, ha un biglietto per Z.

Non dovrebbe farlo, non fa parte dei compiti di un capotreno, ma Carlo preme il bottone rosso e, come a una carezza risponde il corpo di una donna, così il treno ha un fremito, inizia a frenare e Carlo lo ascolta vibrare in un lungo sussulto.

“Signora, la prossima è Z.”

La donna abbassa il giornale e gli sorride, un sorriso incerto, forse è davvero americana e non ha capito; Carlo abbozza una frase in inglese, l’inglese degli annunci alla stazione di Brignole: “Next stop Z. Miss”. Lei si alza, ringrazia con un cenno, si avvia alla porta,; la guarda scendere con lieve cautela, attenta a non incastrare i tacchi a spillo nella trama di ferro della scaletta del treno. Rimane immobile sul binario guardandosi intorno, indifesa adesso e avvolta nella rude lucentezza che barbaglia sui binari e riflette dal mare là sotto lame di uno scintillìo ballerino.

Carlo alza la paletta verde con il gesto più lento che sa, si appende alla maniglia del vagone, si sporge a cercarne la figura snella fin che può, fino all’ultimo dei secondi concessi prima che l’imbocco della galleria lo costringa a rientrare chiudendo d’un colpo lo sportello. Cento metri per tenerla negli occhi. Lei sul binario è il fotogramma di un film, tailleur e cappello una pennellata di bianco nel paesaggio di un quadro di Tosi.

Mentre il treno ha uno strappo e riprende la corsa, Carlo socchiude gli occhi, le libera il volto dagli occhiali rosa, ne sfiora cauto la fragilità delle ciglia, lo sovrappone a quello di un’ Audrey Hepburn splendida e sola davanti alle vetrine di Tiffany. Nel ritmo di carioca si insinua Moonriver e, incongrua canzone straniera, lei è là sullo sfondo, per sempre, di una stazione minore, mangiata dalla salsedine come ogni cosa sulla riviera, sullo sfondo per sempre di una montagna che frana e di un mare che abbacina gli occhi; è là ed è l’illeggibile messaggio sfuggito alla ripetizione dei giorni, la promessa immediatamente mancata di intensità e bellezza che poteva cambiare la vita. Il vento staglia una ciocca di capelli biondi contro la massicciata grigia, la mano che li scosta è un addio.

Sul sedile è rimasta la rivista, nello scompartimento deserto un odore lieve di vaniglia, il suo profumo, il profumo di pasticceria e di domenica, un contatto per interposta fragranza. Improvvisa lo invade l’immagine di una camera con le persiane socchiuse al sole immenso, il desiderio acuto di slacciare piano quel vestito da bambola.

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