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Qualcosa su “Il silenzio delle sirene” di Franz Kafka

Le storie di Kafka hanno talvolta lo stile delle parabole, ma il loro referente resta ambiguo o nascosto e il senso difficile da decifrare.

Qui ingannevole è prendere per referente l’Odissea. Ulisse è uscito dal poema omerico molto presto e si è trasformato in  immagine del vivere umano, stratificando sul personaggio omerico decine di altri “ulissi”.

Proviamo a utilizzare il Paradosso di Borges: la storia del significato dei testi non è dettata dalla loro cronologia, ma dalla cronologia delle letture dei lettori singoli e collettivi.

Per una lettura personale di questo racconto che chiude un paradosso che sembra un indovinello non occorre tentare di capire che cosa Kafka volesse dire e a quale idea di “Ulisse” si ispirasse; Kafka in fondo altro non è che uno dei tanti lettori del suo racconto.

Nella Commedia di Dante Ulisse appare nel XXVI canto dell’Inferno e la tradizione romantica vi ha visto un eroe della conoscenza che sfida i limiti posti dalla superstizione alla ricerca. Fatti non foste a viver come bruti/ ma per seguir virtute e canoscenza è un distico tra i più citati e citato senza alcun riguardo per il contesto da cui proviene. Questo eroe della conoscenza o presunto tale è infatti un traditore in chi si fida, punito per i suoi tanti inganni, per le sue empietà e per la superbia (o hybris) che lo ha condotto a non trovare pace nemmeno da vecchio, a rimettersi in mare con la picciola compagna di altri vecchi riluttanti a seguirlo ma affascinati dalla sua parlantina. L’orazion picciola con cui Ulisse li convince a seguirlo nel folle volo fino all’abisso in cui affonda la nave è un capolavoro di finzione puramente retorica,  perché Ulisse li eccita prospettando loro dei valori, ma questi valori lui solo sa che non sono alla base della sua propria ricerca. Ulisse non vuole la conoscenza, vuole la sfida, e la sfida è al limite della morte: tale limite indicano le colonne d’Ercole, che segnano la condizione umana, tanto che l’unica terra che la sua nave incontra dopo averle oltrepassate è terra soprannaturale e oltremondana, è l’isola del Purgatorio a cui non si approda da vivi.

Nell’immagine di Dante, che il romanticismo travalica per rideclinarne il senso nella direzione della smisuratezza che lo contraddistingue, la colpa di Ulisse è quella di tutti gli eroi distruttori: cioè l’aver indirizzato le loro doti al proprio egoismo e ad esso aver piegato, con l’aiuto della retorica, anche dei veri valori. Conoscere senza il senso del limite della condizione umana, conoscere come si fosse dei, è colpa verso l’ordine stesso (l’armonia) del mondo, il cui senso e la cui conservazione non riposano nelle facoltà umane.

Che questo distico sia il motto sbandierato della scienza positivista e del conseguente sfruttamento capitalistico della Natura attraverso l’illimitatezza presunta delle risorse tecnologiche, fa dei danni perché svaluta la necessaria riflessione sul senso del sapere, della scienza e della tecnologia; basta guardare l’irrimediabile devastazione indotta in questi mesi dalla perforazione a scopo petrolifero dei fondali del Golfo del Messico: esploso l’impianto, con precedente cognizione di causa da parte dei dirigenti della BP sui rischi ma senza che nulla fosse fatto per gli alti costi della sua messa in sicurezza, è costato al vita a 13 operai e sta distruggendo un pezzo di mondo di tutti, senza che si possa prevedere le conseguenze a lungo termine. Lungi dal ripensare la cosa, la BP vuole ricominciare a trivellare in altri luoghi e non è detto che il governo statunitense non ceda di nuovo alla lobby dei petrolieri e alla ignoranza dei suoi cittadini, in nome del “progresso tecnologico”.

Bene.

Veniamo a Kafka e al suo Ulisse.

Ulisse si salva fingendo di udire le sirene, mentre esse tacciono e il loro silenzio è infinitamente più pericoloso del loro canto. Ulisse in questo usa un mezzuccio infimo, un giochino davanti al quale gli dei dovrebbero ridere. Eppure le sconfigge. In che senso?

Ognuno dei lettori deve dare una propria risposta, difficilmente se ne troverà una univoca: questo racconto davvero richiede che il senso sia costruito dal lettore con lo scrittore e non contiene nessun messaggio.

La mia lettura è a livello zero, banale: le sirene oramai tacciono come tace dio, la natura o come vogliamo chiamare quell’apparato di immagini (non immaginazioni, sia chiaro: immagini necessarie a vivere seguendo virtute e canoscenza, cioè da esseri umani) che usiamo da millenni per dare senso alla domanda “chi siamo e che ci stiamo a fare”. Viviamo nella fine del sapere tradizionale e quello nuovo nella sua arroganza non ha risposte vere e credibili, non ha orizzonti da indicare: la storia – diceva Fukuyama – è finita e si sono fatte le corse a credere a questa formuletta infantile e arrogante per consolarsi del bisogno di ricominciare a pensarla.

“Chi siamo e che ci stiamo a fare”  resta, rocciosa, la domanda di senso tutta umana, che ci distingue (almeno nelle nostre immaginazioni) dai bruti e non è evitabile se non incollandosi alla televisione 24 ore al giorno e tacitando la vocina interiore che la pone con il rintronare delle vocine distraenti del divertimento organizzato nella infelice società di massa. La ciurma forse si ribellerebbe se il canto di questo surrogato di sirena tacesse per tre giorni? Io sogno un black out delle televisioni, un virus ammazzavideo, per vedere che succederebbe. E per “televisione” intendo non solo l’elettrodomestico ma tutti i non luoghi delle nostre droghe quotidiane.

E’ che le Sirene, che sempre hanno illuso e spinto al viaggio, che hanno dato nome a utopie e desiderio, tacciono, non cantano più, si stiracchiano come foche al sole, sfuggono a ogni tentativo di interrogarle.

E’ che le Sirene non sono mai esistite in natura; esse sono foche monache ed era la fantasia dei Greci che su ogni scoglio abitato da questi animali poneva degli dei; il mondo era vivente e gli umani non erano soli. Se gli umani cessano di popolare il mondo delle loro immagini, esso muore per loro, torna estraneità spaventosa e natura silente, e siamo soli.

Niente più risponde e la follia, il non senso minaccia la vita degli umani. Ulisse con un mezzuccio (la cera e la rappresentazione che inscena per i suoi compagni facendosi legare all’albero della sua nave) inganna l’inganno: finge di sentire ancora la voce di un senso al vivere e al viaggiare.

Questo Ulisse agisce esattamente al contrario di quello di Dante: non è dominato dalla superbia, ma dalla consapevolezza della miseria e della fragilità umana e il suo comportamento inganna a fin di bene i suoi compagni; Ulisse non pretende di avere la risposta al senso delle cose, ma di aiutare gli dei a non scomparire nel loro stesso silenzio e  di aiutare i compagni a non impazzire nel vuoto del mondo. Ulisse di Kafka non è un eroe, è un piccolo ingannatore che vuole vivere; in questo è un essere umano.

Ulisse-essere umano fa in questo racconto l’unica cosa umana che occorrerebbe fare quando ogni risposta è negata  e questo condanna gli umani a sciogliersi dagli alberi delle navi e a guardare negli occhi la Medusa-mondo, la nostra estraneità come umani a lei: quello sguardo richiede protezione altrimenti il suo effetto èdi reificare tutto e tutti  in oggetti (si può leggere adesso un altro racconto di Kafka, Prometeo). Che altro è comprare compulsivamente merci se non reificarsi nel vuoto di senso causato dal tacere delle Sirene, delle nostre stesse fantasie e desideri, e amori e dolori?

Magari converrebbe ricominciare a fingere di sentire ancora il canto della speranza e della immaginazione, converrebbe legarsi da soli a qualcosa, un albero della propria nave, un gruppo di compagni, oggi che ogni ideale è stato gettato a mare chiamandolo tout-court ideologia e che al posto delle Sirene e delle divinità è stato messo il vuoto di valore che chiamiamo denaro, dio che scioglie ogni legame e è vuoto esso stesso, pronto a reificarsi in tutti gli oggetti , ma incapace di comprare il tempo e l’amore.

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