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Album ’70 (2) – Il problema sono le lotte di massa

Il problema sono le lotte di massa

“Il problema sono le lotte di massa, la mobilitazione delle masse perché noi non siamo votati alle lotte minoritarie”.

Certi giorni di ottobre hanno cieli trasparenti, i viali sono coperti di foglie rosse che volano zirlando ai mulinelli di vento, il cimitero degli inglesi ancora non è uno spartitraffico, è un punto per arrivare nella passeggiata pomeridiana, mentre discutiamo di lotte di massa non minoritarie. Il problema è quello che non conosciamo e che crediamo fermamente sia conservato nei libri. Nei libri la teoria marxiana ci spiega quello che occorre fare per realizzare il paradiso in terra, la giustizia e la pace, l’amore tra gli uomini. Il denaro non è altro che potere, furto, sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Noi due siamo un uomo e una donna, anche se molto giovani, ma questo non ha importanza, l’amore è nei libri e noi non siamo minoritari, non vogliamo realizzare il paradiso per due, vogliamo che tutti siano felici e finché esisterà qualcuno sulla faccia della terra sfruttato, oppresso, infelice noi lotteremo. Per ora studiamo e discutiamo le lotte del proletariato, per ora litighiamo se sia davvero possibile iscriversi a lettere o a fisica invece che a una facoltà immediatamente rivoluzionaria come economia e commercio o scienze politiche, se possiamo dare corso alle nostre inclinazioni o come Majakovskij dobbiamo tagliare la gola alla lirica e scrivere di Lenin.

Anche medicina, dice lui pensieroso, potrebbe andare bene, purché poi si vada in Africa a curare i lebbrosi. Io dico che è meglio in America Latina, a curare i guerriglieri che lottano contro Pinochet. Guevara è morto ma ancora non è una faccia sulle magliette che trovi in qualunque bancarella.

Il vento leva mulinelli di foglie che ci vengono sui piedi, il sole cala in un rossore di tramonto e il cielo è più chiaro della terra, la luce dilaga quasi bianca là in alto e le rame spoglie dei platani si disegnano in nero e argento. Il giardino della Gherardesca profuma di terra bagnata, di funghi, è amore, ma non lo sappiamo, l’amore è nell’antologia di italiano e noi a scuola studiamo di malavoglia tutte le frasi fatte dei poeti, vogliamo altro che sentimentalismi in versi, vogliamo il mondo nuovo, come siamo nuovi noi senza saperlo.

E’ tardi, ma allunghiamo il giro a piazza Beccaria e ai lungarni, sul fiume la luce pare raddoppiarsi e l’acqua corre via come mercurio vivo, sui ponti si accendono i fanali, ancora un punto di giallo senza riflesso, solo un pallido giallo che non illumina ancora. In fondo, le Cascine sono un blocco di nero frastagliato e dietro il fondo del cielo ormai viola e rosa, viola sono anche le colline. E’ amore, nel viola che si riflette sugli occhiali e mi nasconde gli occhi, è amore nel giallo dei fanali dove lui volge lo sguardo per non perdere il filo, e le parole ripetono che, vedi, non possiamo fare fughe in avanti, non possiamo commettere l’errore dei compagni cileni, occorre andare al governo, col consenso, non al potere. Occorre essere vecchi e noi però non lo siamo.

Il giro si allunga, ma è tardi e a casa sbuffano aspettandoci per cena. Telefonare? Occorre non fare fughe in avanti, occorre costruire consenso, noi siamo un’avanguardia, noi abbiamo la coscienza delle cose, mentre la gente fa i debiti e compra televisioni a rate, automobili a rate. Che anno è, che ora è? E’ tardi.

Torniamo per il ponte vecchio, le vetrine dei gioielli sono chiuse, sotto la statua del Cellini e alla fontanella di fronte bivaccano ragazzi come noi, uno suona con la chitarra una canzone cilena. Non telefoniamo, pazienza se sbuffano, se qualcuno a casa dirà “Qui non è un albergo!” Il ragazzo che suona ha un bussolotto di latta davanti e una bottiglia di vino, ci sediamo, ci offrono il vino, noi facciamo girare sigarette, lui canta ma per sé.

Una coppia, lui quasi anziano e grosso, lei più giovane e ancora abbronzata, si ferma e sorride, poi mette una banconota americana nel bussolotto e il ragazzo la prende, la straccia, bestemmia e grida in spagnolo che non prende soldi dagli yankees, glielo ripete in inglese, lei annuisce un po’ umiliata, lui è già più avanti. Il ragazzo piange, forse ha bevuto troppo vino o è fatto, e racconta che suo fratello l’hanno torturato, che lui è scappato, non dice da dove, forse dal Cile, forse da uno qualunque dei paesi di cui noi cantiamo le canzoni: Bolivia, Argentina …

E’ tardi, bisogna andare, bisogna lasciare la bottiglia vuota e la chitarra, andare nella città deserta di gente a cena, andare sotto la luce dei fanali e nel vento di ottobre a prendere l’autobus. E’ tardi, ci iscriveremo domani o domani l’altro a lettere, a ingegneria in due città diverse, ma non importa se ci è venuta addosso la nostalgia, se la malinconia è di non rivedersi chissà per quanto, non è questo, non è amore, è il dispiacere per il ragazzo e suo fratello oppresso da un regime, è il lavoro che dobbiamo fare, noi avanguardia della rivoluzione, è questo. L’autobus lo lascia a salutarmi e lo vedo insaccare le spalle e avviarsi a piedi da solo, io mi siedo e siamo due tristezze che vanno a due vite diverse, ma domani comincerà un mondo nuovo, l’università, l’amore non importa, è minoritario.

E ora, per noi due, è tardi.

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