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Qualcosa su: “Di notte” di Franz Kafka

Frank Kafka

I saggi migliori  su Franz Kafka in italiano, che mi sia capitato di leggere, sono di Giuliano Bajoni: ricostruiscono il suo ambiente di formazione e quello intellettuale, inquadrando la sua opera nella problematica dei gruppi intellettuali ebraici praghesi.

I due titoli sono fuori catalogo (sia di Feltrinelli che di Einaudi) e questo non è strano: in questi anni cupi di cattiva televisione la saggistica non solo non si ristampa ma nemmeno si coltiva più: del resto le condizioni della ricerca universitaria sono in Italia deprimenti, tra finanziamente che non vengono più stanziati e cattiva gestione nepotistica degli incarichi di ricerca e di insegnamento, non c’è a stupirsi (ma da intristirsi sì) se non si studia più nulla o quasi in questo povero Paese.

Il racconto scelto per questa settimana (e che resterà nell’archivio del blog) viene dalle carte di Kafka che furono salvate rocambolescamente dal suo amico, scrittore e sionista, Max Brod che le portò con sé prima in Turchia e poi in Israele fuggendo davanti alla invasione tedesca di Praga.

Come tanti altri racconti brevissimi di Kafka, appartiene non tanto a un discorso letterario quanto a un lavoro di scrittura-meditazione sviluppato in quaderni e appunti (talvolta in lettere e diari) di cui non sappiamo se avrebbero o no potuto avere sviluppi in quanto “racconto”.

Il tema del racconto è, come in tanti suoi altri, quello della propria esclusione dal gruppo umano: tutti sono capaci di dormire, ma qualcuno veglia, qualcuno agita una fiaccola dentro un mucchio di stipe per scambiare segnali di luce nella notte con altri, invisibili insonni.

Il “custode” non ha scelto il proprio compito, né si sa chi abbia scelto l’insonne per fare il custode né a che cosa: si dice che sia necessario che alcuni veglino, non si dice perché. Chi legge, nel presente libero della propria lettura, interroga il racconto e può solo rispondere personalmente alle proprie domande, al racconto e alla chiamata: l’insonne, il custode, è chi legge e si interroga. Occorre che qualcuno lo faccia, occorre che qualcuno vegli sulle domande e forse anche sul sonno inconscio dei dormienti.

Un’ultima osservazione meritano proprio i dormienti. Anche di loro si sa ben poco, solo che non sono soli, non sono isolati, anzi stanno sempre tra loro e nel caldo di un gruppo senza volti; non dormono per stanchezza, né sono sereni, sono coloro che cadono addormentati alla sera nello stesso luogo dove stavano di giorno. La meccanicità del loro fare li contrappone all’insonne, che invece sul proprio fare e su quello degli altri si interroga. Nessuno dei due tipi umani ha risposte, di certo la serenità di chi sta nel gruppo è casuale e inconscia, la veglia dei singoli li rende invece capaci di riflessione su di sé e sugli altri, capaci di giudizio e per questo “custodi”.

Di che cosa “custodi”? Forse della comune condizione umana, in un mondo in cui la sola luce nella notte è quella di una strana fiaccola che si agita in un mucchio di stipe (e gli dà o non gli dà fuoco? Questo particolare che passa inosservato è il più inquietante perché è il più anti-naturalistico, è la chiave che denuncia il racconto come parabola – il cui referente non metaforico rimane nascosto al personaggio, agli altri custodi e a noi lettori).

Il confronto con lo stesso elemento tematico in uno scrittore del tutto diverso come Beppe Fenoglio può aiutare a definire un confine e la sua permeabilità alla memoria del lettore: anche Johnny, nell’inverno dello sbandamento, rimane solo in collina a sorvegliare, a custodire la resistenza al fascismo. Anche Johnny si chiede se nel biancore accecante della neve qualcun altro, come lui, stia guardando la collina di fronte e chiedendosi se è solo a esser rimasto alla macchia in attesa che riprenda la lotta partigiana. Anche Johnny, che non ha segnali da fare ma ha fede che altri ci partigiani ci siano nelle Langhe, dice che occorre che ce ne sia almeno uno a vegliare, per evitare la disfatta umana del fascismo e del nazismo trionfanti.

Fenoglio sa il perché “occorre che ce ne sia sempre uno”, Kafka sa che alcuni sono custodi, per insonnia, per diversità da tutti gli altri dormienti. La sua infelicità personale fu probabilmente di non poter sapere perché.

Bibliografia per cominciare

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