Ikeatarlo

Sì, lo so: ci vuole un bel coraggio. E io non sono un tipo coraggioso, anzi, nelle relazioni con gli altri soffro di fobie, preferirei essere invisibile se potessi, il fatto è che lascio segni, per quanto stia attento a volte mi cade la segatura e questo rivela che esisto, che mangio, che godo e che non riesco a controllarmi quanto dovrei e vorrei: quel che ne resta è segatura.

Sono un tarlo. L’ho detto. Adesso se non avete ancora impugnato quella roba chimica che mi riduce a un esoscheletro rinsecchito nel tempo di un amen, forse starete a chiedervi come faccio a vivere qui. Eh, è dura. Io di mio non mi farei tante domande, è un’idea di chi vuol per forza trovare allegorie anche nelle indigestioni pensare che la segatura sia quello stesso ridurre in polvere le cose che si genera per il troppo interrogarcisi: il tarlo e il dubbio vanno insieme negli unici discorsi in cui il tarlo non si associ immediatamente alla maniera di sterminarci con quella roba chimica di cui parlavo sopra. E io penso che tutta la furia di far fuori i tarli sia la vera metafora: se fosse possibile eliminare i dubbi con quella roba chimica, senza ridurre a un esoscheletro rinsecchito il cervello, tante delle nostre vite sarebbero risparmiate e i falegnami vivrebbero meglio. A che cosa serve rendere il legno dei mobili più duraturo della vita di chi ha comprato quei mobili?

No, non è questione di antiquariato, il legno stravecchio non è migliore di quello nuovo, anzi: puzza di muffe e muffette, di orinali parcheggiati semipieni in comodini bavosi, di colla strafatta che sa di cloaca; il legno nuovo invece sa ancora di albero e ha un gran buon odore – infatti dopo i trattamenti antitarlo la gente usa comprarsi quei deodoranti al finto odore di pino, allo stesso modo con cui dopo essersi sterilizzata dai dubbi ricompra da qualche parte delle finte idee con cui deodorare il cervello.

Comunque, non ero qui per chiacchierare di metafore e nemmeno di dubbi, io non ne avrei se mi lasciassero alla mia vita. Che è dura, ma non peggiore di quella di altri. Io ho scelto la modernità, rinunciando alla tradizione di famiglia. Io vengo da una credenza Chippendale di ottima famiglia, ci hanno abitato schiere e schiere di miei antenati, ne siamo stati i primi colonizzatori a Londra, due secoli fa (era un Chippendale d’imitazione, ma è bastato lasciar passare il tempo perché anche l’imitazione diventasse antiquariato). Io ho fatto fagotto da ragazzino, la credenza di famiglia andava in Germania via nave e accanto a noi c’era un paese vergine, piatto, magnifico, nuovo, odoroso di pino non trattato. Mi ci sono infilato, con me Maria, siamo cugini ma di quarto grado e in ogni modo io amo Maria da quando eravamo due uova, per così dire, e lei in quel periodo usciva da una relazione infelice, voleva cambiare e venne con me. Abbiamo colonizzato un continente, io e Maria: un continente di pino naturale, non trattato, nemmeno verniciato. Lo abbiamo aggredito con lo spirito dei colonizzatori, scavando gallerie di cui non c’era segno di segatura: ci amavamo con tanta intensità che non pensavamo ad altro e non ci avanzava mai nemmeno un granellino di segatura, mangiavamo tutto per recuperare le forze e tornare ad amarci e a scavare gallerie fianco a fianco. Le mie gallerie erano diritte, le sue erano labirinti, ma se io fossi stato una mosca capace di volare sopra il nostro continente e fotografare la mappa delle nostre strade, avrei potuto vedere il loro disegno come un rincorrersi, un perdersi, un cercare di sfuggire al nostro amore per poi non fare altro che trovarsi ancora e ancora sbucando l’uno nella galleria dell’altra all’infinito. Furono giorni di passione come non mi è più capitato di vivere, del resto la passione non può che esaurirsi in se stessa o trasformare il mondo; il nostro mondo era vastissimo e comunque venne trasformato quando la credenza Chippendale con tutto il nostro passato sbarcò ad Anversa e noi proseguimmo in treno per Berlino.

Fu di mattina presto che io sbucai fuori e mi trovai di colpo ai limiti del continente: sopra di me tre centimetri di legno, sotto di me meno di mezzo di centimetro, davanti a me un baratro e un orizzonte vagamente imparentato con il legno, ma un legno talmente rimasticato e ripressato da essere immangiabile anche se fossi riuscito a saltare fino all’orizzonte. Era cartone. Maria mi chiamò offrendomi la vista nuda delle sue antenne brune e bellissime e io rinunciai anche solo a pensare ad un orizzonte oltre il baratro. Che accadesse quel che doveva, io ero tra le sue antenne e potevo possederla in un immensa asse di pino naturale, grande abbastanza per me, per lei e per milioni di nostri figli. Non ho finito l’università (facevo design industriale) ma ho studiato abbastanza per conoscere il secondo principio della termodinamica e le teorie sull’origine dell’Universo, ho amato la filosofia quasi quanto Maria e non mi illudo: ogni cosa creata è destinata a morire e ogni cosa composta tornerà a dissolversi nei suoi principi primi: legno, colla, chiodi, vernice. Le mie nozioni di chimica erano sufficienti per dirmi che vivevo in un continente di legno vergine, relativamente nuovo, una condizione tra le più felici e rare per un tarlo di antica famiglia europea ( i tarli canadesi o statunitensi hanno più spesso di noi, per le condizioni storiche della loro società, l’occasione di sperimentare nuove frontiere, così come i tarli amazzonici hanno una vita molto più avventurosa e primitiva della nostra, più sana ma anche più breve data la concorrenza delle termiti); mi bastava questo per decidere di non voler sprecare nemmeno un attimo della mia vita a farmi domande, per decidere che il mio orizzonte più lontano non doveva essere lontano più di sette millimetri da Maria. Sette millimetri è lo spazio giusto per non soffocarsi a vicenda scavando gallerie singole in attesa di prendere insieme, quando si sia pronti, la decisione di scavare insieme la grande galleria matrimoniale che culmina nella stanza delle uova. Io e Maria a volte, la notte, quando non mangiavamo e non facevamo l’amore (cioè molto di rado) ci perdevamo in discorsi e progetti sulla nostra camera delle uova. Lei sognava una camera delle uova piccola e intima, in modo che i nostri diecimila primi figli potessero passare i primi giorni di vita l’uno abbracciato all’altro e uscire dalle uova insieme, per non sentirsi soli. Io, che ricordavo anche troppo bene quanto sia scomodo venire al mondo in un brulichio di fratelli e sorelle tutti affamati e tutti talmente ignoranti da non distinguere tra un pezzetto di buon legno e la pancia di un congiunto, volevo per i miei figli piuttosto tante camerette separate, ognuna abbastanza ben circondata di legno da poter essere ingrandita mangiandone le pareti senza forarle e invadere lo spazio degli altri, camerette di almeno due centimetri di spessore in modo che se proprio dovevano incontrarsi tutti e diecimila lo facessero almeno dopo aver finito le elementari e aver imparato che non è affatto buona educazione mangiarsi un fratello non ancora nato a colazione come fosse un bel truciolo.

In ogni modo non facemmo a tempo a scavare al camera delle uova. Non facemmo a tempo non significa che non abbiamo avuto figli, significa che ce la trovammo scavata quando il nostro mondo venne rivoluzionato e prese una forma diversa. Avevano montato il mobile di cui la mia asse è il frontale di un cassetto.

Io abito all’Ikea. Attualmente in una cassettiera Lesvik da esposizione, il che garantisce a me e Maria che non si rischino trattamenti chimici devastanti, ma certo mi costa per 14 ore al giorno sabati e domeniche comprese una certa mancanza di privatezza. Non è la cosa che augurerei a un tarlo dai nervi fragili abitare in una Lesvik da esposizione se non regge di trovarsi di colpo inondato dalla luce al neon mentre sta facendosi la doccia solo perché l’ennesimo tizio in bretelle e calzoncini ha deciso di dare un’occhiata all’interno di un cassetto. Maria in questo è molto più capace di me: è talmente orgogliosa della nostra cassettiera Lesvik da esposizione che la tiene lucidissima, assolutamente priva di qualsiasi indecenza (se qualche granello di segatura cade è colpa mia, non sono mai stato troppo ordinato e ho il vizio di gettare le cicche delle sigarette dove capita) e lei, lei è come se fosse sempre pronta per una foto di moda, sempre perfettamente truccata, pettinata, abbigliata … Io amo Maria. E non direi che le faccio fare una vita dura, non più dura di quella che faccio io, non più dura di quella che avrebbe fatto sgobbando ad allevare figli in quel cimiciaio fitto fittissimo di umanità che era la Chippendale. Certo, oramai nella Lesvik abitano i nostri figli e i nostri primi nipoti, circa duecento mila tarli, ma stiamo pianificando una colonizzazione dell’Armadio. Siamo consapevoli che non è un piano privo di pericoli, ma se Cristoforo Colombo non avesse saputo seguire i suoi sogni non avremmo i mobili in acero né quelli di pino del Canada. Noi tarli non siamo un popolo che ama le novità, ma non conosco nessun tarlo normale che non insegni ai propri figli ad apprezzare le novità (melammina esclusa) e che non celebri con la dovuta solennità la festa della Sequoia. Io ricordo con gratitudine gli insegnamenti di mio padre che mi spiegava, con il suo fare un po’ pedante che veniva dalla sua timidezza, come il mondo abbia nella Sequoia le sue radici. Non che fosse un uomo particolarmente religioso, anzi io credo che fosse piuttosto agnostico sull’esistenza della Sequoia, però non privò me e i miei fratelli e le mie sorelle della speranza che una educazione religiosamente impostata dà alla vita, impostandola su un piano di valori più profondi dei due o tre millimetri della pura sopravvivenza. Mio padre amava mostrarci, nei tre giorni di festa comandata, l’Imago Mundis. Aveva una bella riproduzione della Sequoia che Adams giura di aver addirittura fotografato e su cui avrei seguito, al primo anno di università, il corso del mio professore di teologia. Non abbiamo prove che quella sia davvero una fotografia, potrebbe essere una manipolazione digitale o un ingrandimento di nervature di un qualsiasi ramo di pino o di quercia, eppure nel segno della Sequoia risiede l’identità più alta del pensiero del nostro popolo, e poi – amava concludere le sue lezioni il nostro professore – dovete scommettere: se la sequoia esiste e voi ci avete scommesso vivendo una vita degna di un tarlo, dopo la morte vi risveglierete su di Essa, se non esiste non c’è nessun dopo-la-morte a cui risvegliarsi, ma in compenso avrete vissuto degnamente la vostra onesta vita di tarli e l’avrete adornata della gemma più preziosa, quella di una Idea in cui credere. No, non conosco nessun tarlo che non insegni ai suoi figli almeno i miti della Sequoia, nemmeno se è il tarlo più legato al materialismo: perché invidiarsi al limitar di Dite/ la fede in un mondo migliore? Ho sempre avuto una pessima memoria per la poesia, me ne dovete scusare, del resto i versi dei Sepolcri li conosciamo tutti dalla scuola elementare e saprete integrarli anche da soli.

Allora, io vivo all’Ikea. E qui la vita è dura perché a parte i pochi fortunati che hanno cominciato la loro vita con qualcosa alle spalle, la colonizzazione dei continenti non è che sempre può garantire un Lesvik o un Mordell di legno vero a portata di mano. A volte, come mi racconta mio figlio Roberto, uno della prima covata ma particolarmente avventuroso e intelligente, vaghi per giorni in un deserto popolato di incubi di melammina che appare legno di lontano e quando lo raggiungi e sei allo stremo delle forze è semplicemente immangiabile, duro come roccia e con l’apparenza atroce del buon legno di betulla, morbido, bianco, sano.

Melammina, l’invenzione di un demonio, l’invenzione più tormentosa, perfino più tormentosa della roba chimica per l’eliminazione dei tarli, perché appare legno ma è plastica. Maledetta plastica antitarlo.

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