Buon natale con autostima

Buon Natale: ieri a Otto e mezzo sulla 7 (e dove se non in televisione parlano i ministriantichi e nuovi?) il prof. Profumo ha parlato di scuola, di cui anche al Politecnico si sente a volte parlare, come a volte capita dovunque di sentire il ronzio delle zanzare.
Alla domanda se non sarebbe il caso di alzare gli stipendi ai docenti della scuola, ha risposto con un sorriso misurato, stirato e triste, di quelli da classe dirigente colta “lavoriamo intanto a rendere loro l’autostima. Poi, quando potremo, perché no?”.
Già, perché no? Ai po’racci vuoi negare anche la speranza? Speranza e autostima non costano nulla, anche perché la stima si dà e si toglie, l’autostima dipende dai soggetti e se ce l’hanno né gliela togli né gliela rendi – questione di scelta lessicale e di lapsus freudiani.
Perché no? Buon Natale e regalate autostima, mettete in tavola autostima, pagate l’affitto in autostima, compratevi un libro in autostima, sempre che non vi chiedano euro, nel caso potrete lasciar giù gli acquisti e andandovene con le vostre pezze al culo sussurrare “quando potranno alzarci lo stipendio, fermo per sei anni, magari leggerò, mangerò, pagherò l’affitto … perché no?”.

La lotta di classe è fuori moda, le maestrine dalla penna rossa invece sono sempre lì, patetiche, tisiche, un po’ incazzate, ricche di autostima.

che cosa fa di buono la scuola?

La FLC CGIL ci chiede di scrivere che cosa fa di buono la scuola.

Il suo lavoro. Con onestà intellettuale e impegno (per la maggior parte dei docenti, quelli che non agiscono così sono da licenziare).

Il lavoro della scuola consiste nel consegnare (non “trasmettere”, consegnare) la tradizione culturale ripensata alle generazioni nuove.

Questo serve a vivere.

Non c’è niente di nuovo da dire su che cosa fa di buono la scuola: in ogni sua forma ha sempre fatto questo, ha consegnato le chiavi del mondo umano alle giovani generazioni.

In epoca moderna e con la democrazia (termine che la scuola invita a meditare spesso, anche per controllare quali bachi vi si nascondano dentro), la scuola lo fa per tutti i giovani, non solo per i figli dei privilegiati dato che le classi sociali sono mobili e non sono casta (naturalmente non è vero, diciamo che è una tendenza, un orizzonte verso cui le società moderne vogliono andare). La scuola che lo fa per tutti si chiama scuola pubblica (e di solito statale), quella cioè in cui gli stipendi dei docenti sono pagati dalle tasse di tutti, dato che svolgono un servizio necessario alla società intera (necessario sul piano economico: le democrazie sono forme di governo borghese e capitalistico, la scuola per tutti serve ad allargare la base da cui si selezionano i futuri lavoratori).

In Italia, siccome la Costituzione dice che siamo uno stato basato sul lavoro (art. 1) e che questo definisce in che senso siamo uguali (art. 2 e 3), all’art. 33 e 34 viene definito il compito della scuola dal lato docente e dal lato discente.

Per questo è fuori dal mondo dire che occorre più scuola privata: la scuola privata, pagata dalle famiglie che possono ai loro rampolli, appartiene a forme di società non quali quella in cui viviamo oggi.

Oltre a questo, che è storia e realismo, c’è anche un di più: la scuola serve a imparare a vivere non solo a lavorare; a scuola si coltiva la propria dimensione psicologica (anima, spirito, fate voi), si studiano emozioni e si alimentano immaginazioni. La cultura è questo, anche quella scientifica: capacità di immaginare altro dall’esistente e quindi continuare in quella folle cosa cominciata milioni di anni fa per cui la scimmia ha smesso di essere scimmia e ha cominciato a credere di essere “un essere umano” (che in natura pare non si desse).

Detto ciò: chi limita la scuola pubblica ha ragione soltanto se con questo difende interessi limitati, di parte, ad escludendum; e se vive in un paese in cui vige una qualche forma di ancient régime (re, dittatori, caste, oligarchie …) in cui sia necessario impedire alla maggioranza della popolazione l’accesso al sapere per sfruttarne la sola forza lavoro.

E sembra proprio che in Italia da un ventennio si stia vivendo un tentativo (in parte riuscito) di restaurazione dei privilegi sottratti alle classi al potere durante gli anni dal Sessanta e Settanta. Quindi la restaurazione di Moratti e di Gelmini si spiegano molto bene, così come l’elogio della scuola privata di Berlusconi.

Ma siccome di può andar peggio ma non tornare indietro, e siccome i bisogni di immaginare vanno soddisfatti o la gente dà fuori di testa (un paese come il nostro ha un 70% di analfabetismo di ritorno e un tasso di uso di psicofarmaci paragonabile. Fate voi), sembra proprio che la scuola pubblica non possa essere del tutto demolita e che testardamente dalle sue ceneri risorga ogni volta come la Fenice.

Del resto la scuola pubblica fa il suo lavoro: impedire alla morte che falcia le generazioni di falciarle del tutto, vincere “di mille secoli il silenzio”, continuare a consegnare memoria critica del passato alle nuove generazioni.

La privata invece fa solo selezione (in ingresso più che in uscita) e produce soldi – ma questo non basta a vivere.

Test INVALSI istruzioni per l’uso e la autodifesa

Il 10 maggio è obbligo “somministrare” i test INVALSI in tutte le seconde della scuola media superiore.
Questo comporta da ora un enorme lavoro per le segreterie che rallenta la gestione ordinaria delle scuole.
Questo lavoro non deve essere fatto prestandosi a straordinari – i Test INVALSI non sono stati concordati ma calati pesantemente dall’alto di un ministero che tratta d’imperio le scuole calpestandone l’autonomia, pur riconosciuta con una legge di rango costituzionale.
Date informazione sugli ingorghi che caricare sui siti del ministero le informazioni richieste per lo svolgimento dei test causa alla normale amministrazione delle scuole.
Per i docenti: i test INVALSI non sono frutto di una discussione e condivisione con i docenti che permetta di inserirli nella normale attività di valutazione degli allievi e delle allieve. Occorre che il Collegio dei Docenti delle scuole ne discuta ed evidenzi ove eventualmente questo tipo di valutazione risulta ostativa a quella già prevista nella programmazione e nel Piano dell’Offerta Formativa, sulla base del quale si opera il Patto educativo tra la scuola e le famiglie.
Per quanto riguarda la “correzione” dei test: non si tratta di una correzione, dato che le griglie di correzione dei test sono elaborate e create dall’INVALSI. Il personale docente quindi risulta un mero trascrittore dei risultati sui tabulati da inviare all’INVALSI. Questo NON RIENTRA TRA LE PRESTAZIONI PREVISTE COME “LAVORO DOCENTE”. Se i docenti decidono di trascrivere i risultati (come chiederanno di certo di dirigenti scolastici) deve essere compensato come lavoro aggiuntivo (se i contratti integrativi di istituto sono già stati firmati, come dovrebbero, si deve riaprire la contrattazione).
A fronte di richiesta di questo lavoro non pagato “perché non ci sono fondi” ci si deve rifiutare di trascrivere i risultati sui tabulati e gli elaborati degli studenti possono essere trasmessi al ministero “tal quali”, che se li trascrivano loro.
Può essere inoltre richiesto un Collegio per definire come i test devono essere somministrati, dato che essi vengono a interrompere la programmazione dei docenti di italiano e di latino e se i docenti vengono utilizzati per sorveglianza in modo diverso da quanto previsto nell’orario normale della mattina, si può richiedere l’ordine di servizio scritto facendo presente che i test non erano previsti nella propria programmazione.
Fonte delle informazioni qui sopra: FLC-CGIL Firenze

Lettera aperta sulla scuola 27 febbraio 2011

Viva l'Italia, l'Italia che resiste

Utilizzo il diritto a esprimere liberamente la mia opinione garantito dalla Costituzione, per dire al presidente del consiglio dei ministri silvio berlusconi che a mio parere non ha sufficiente dignità né autorevolezza né competenza per parlare della scuola. Ha invece sufficientemente forza per cui lo fa e occorre rispondere, nonostante le sue dichiarazioni siano da ascrivere alla strategia della provocazione e del polverone che ama perseguire per distogliere l’attenzione dalle imputazioni che gli pendono sul capo e dal fatto che escogita ogni mezzo per sfuggire ai processi (tra cui uno per concussione, diversi per corruzione e uno per prostituzione minorile).

Occorre rispondere per ira e per disgusto.

La scuola pubblica, caro B., educa, ma educherebbe meglio, oltre a istruire meglio, se avesse fondi per le dotazioni, per il funzionamento normale, per le supplenze, per il turn over, per i progetti, per l’aggiornamento, per no sfruttare il precariato a fronte di cattedre libere, per la carta igienica e quella da fotocopie …

I docenti sono preparati e mediamente perfino incredibilmente motivati al proprio lavoro e lavorano bene, ma lavorerebbero meglio se fossero pagati in modo dignitoso, non dico quanto una delle sue ospiti (dato che lei per riempire le sue festicciole “eleganti” paga le sue ospiti e i loro papponi con regalucci, appartamenti, e quant’altro del valore di 5 anni di mio stipendio per qualche serata), ma almeno tanto da potersi permettere anche di comprare più libri oltre che sopravvivere malamente.

La scuola italiana era fino a pochi anni fa una scuola più che in grado di reggere il confronto con il resto del mondo, ma le riforme dei suoi ministri (Moratti e Gelmini) hanno provveduto a devastare abbastanza profondamente il suo tessuto e la sua organizzazione riducendo gli spazi per la autonomia, riducendo gli orari di lezione, eliminando quelli per il lavoro di programmazione e collegiale in genere, invadendo le prerogative dei docenti con circolari come quella sui libri di testo da adottare per sei anni (perché? mah? Forse perché una delle sue case editrici scolastiche rinnova così meno il catalogo? I suoi conflitti di interesse infatti debordano per ogni dove, anche nell’editoria scolastica). Nonostante questo la scuola pubblica funziona ancora talmente bene da preoccuparla.

Le piazze ultimamente erano piene di ragazze giovani e belle che sanno parlare anche da un palco, che hanno compassione e comprensione ma non giustificano né condividono l’idea di vita che lei propaganda attraverso l’uso di altri corpi femminili di donne giovani e belle ma ben poco attrezzate e disposte alla sudditanza al (suo) denaro. Queste ragazze affermavano allegra dignità, inviolabilità di se stesse e rivendicavano cultura, libertà di lavorare, rispetto e con questo semplicemente le testimoniavano che tutto ciò che lei rappresenta non ha valore per loro, forse anzi le disgusta, di certo appare lo svelamento di un “re nudo” e cadente.

Per questo le serve meno scuola pubblica?

Anche le manifestazioni per il lavoro sono piene di giovani, disoccupati nonostante i loro studi e la loro preparazione; giovani che sanno distinguere tra le sue menzogne e l’analisi della realtà; che sanno riflettere e comprendere oltre gli slogan, che sono la sostanza e non solo la forma della sua “politica”, che vende illusioni tanto che prometta un milione di posti di lavoro, quanto che spacci per riuscita sociale la possibilità di venire a divertire il padrone partecipando alle sue “feste eleganti” piene di donnine e omiciattoli a pagamento (e lei continua a vantarsene e a ripetere gli inviti al “bunga bunga” ai giovani proprio mentre disprezza la scuola pubblica, incurante che nel mondo questi “divertimenti” la fanno definire “pagliaccio” dalla diplomazia e svergognano il Paese che non è suo, ma che purtroppo lei si ostina a rappresentare).

Per questo la scuola la preoccupa, perché ha insegnato a pensare a questi giovani che le si oppongono o le chiedono conto di 15 anni di governo dai risultati infelici? Se sì, ha ragione di preoccuparsi, perché infatti la scuola pubblica italiana insegna a pensare, insegna a distinguere le bugie dalle verità; soprattutto insegna a formare sui fatti e sugli argomenti una opinione invece di gridare e confondere come fa lei e fanno i suoi adepti di partito specie nelle loro comparsate televisive.

La scuola non inculca “a chi” opporsi o “chi” criticare, invece, come lei crede immaginando gli studenti come pezzi di mota che i docenti manipolano; non ha mai sospettato che se si oppongono a lei a partire dalla capacità di pensare criticamente questo mette in crisi lei e i suoi comportamenti, e depone a favore del successo della scuola pubblica italiana? Provi a praticare l’autocritica, a volte serve a migliorarsi e mettersi in discussione dimostra maturità, mentre lamentare complotti e piangersi addosso dando sempre la colpa ai “cattivi altri” è una forma di infantilismo che la sua età e la sua carica rendono intollerabile.

La preoccupa una scuola che nonostante siano compensati con stipendi da fame ha insegnanti che non si vendono e non vendono le proprie opinioni come fanno i giornalisti e gli “intellettuali” (scusi il termine che a lei suona offensivo) che lei ha comprato per riempirne i suoi giornali e le televisioni, che frequenta, nonostante siano sue, solo con monologhi perché non è capace di sostenere una conversazione in cui non le diano solo ragione,  figuriamoci un dibattito?

Lei che non risponde alle domande dei giornalisti ma li insulta e li intimidisce, come potrebbe apprezzare una scuola che insegna a parlare e a difendere con argomenti le proprie idee, a distinguere una idea da una mera opinione e che costringe a frequentare noti comunisti come Demostene o Tacito, Foscolo o Manzoni, Fenoglio o Pratolini?

Purtroppo per lei e per chi come lei scambia il liberalismo dei mercati (alias libera concorrenza in regime di monopolio e si vedano le sue leggi sulla televisione, sulla stampa e i suoi tentativi di addomesticare internet) per liberalismo di pensiero, tutto ciò che sia diverso da un “sì” qualunque cosa il padrone delle ferriere dica è sovversivo. Noi insegnanti siamo infatti “sovversivi” dato che rispondiamo in scienza e coscienza solo alla Costituzione e all’articolo 33, nel quale si afferma e protegge la libertà di insegnare arte e scienza libere,  in nome del diritto allo studio (art. 34); e questo articolo 34 esclude che lo insegnare liberamente significhi usare la cattedra come lei usa le televisioni perché il “diritto allo studio” delimita e definisce l’ambito della nostra libertà di insegnare, escludendone l’arbitrio (se non comprende, chieda a qualche costituzionalista di spiegarle, ma ne scelga uno “comunista” o metterà in imbarazzo quelli al suo libro paga).

Siamo anche politicizzati, noi insegnanti, è vero, ma è non solo perché ogni comportamento pubblico è politico e noi siamo adulti e lavoriamo in un servizio pubblico; ma anche perché conosciamo il valore altissimo della politica, non quella che lei compra e vende in quel mercato delle vacche che è diventato il parlamento (che le assicura una maggioranza falsa e risicata solo grazie alla corruzione ideologica e morale di chi si vende al miglior offerente posti e prebende); noi conosciamo la politica per quello che ne abbiamo studiato (da Platone a Aristotele, da Machiavelli a Montesquieu, da Salvemini a Gramsci, da Moro a Berlinguer; dalla letteratura del Risorgimento a quella della Resistenza, dalla scienza di Galileo a quella di Fermi … e termino un elenco troppo lungo e di cui comunque lei non capisce niente immagino, dato che non distingue nemmeno tra Romolo e “Remolo”). Siamo politicizzati dunque per cultura, ma anche perché siamo non servi della gleba, ma cittadine e cittadini di una Repubblica libera e democratica, votiamo alle elezioni, godiamo di tutti i diritti attivi e passivi (un insegnante ha per obbligo la fedina penale specchiata, a differenza dei politici attuali). Essere politicizzato non è un difetto, è il compito di un membro attivo del proprio Paese, se questo paese è una democrazia partecipativa e non un regno di un sovrano assoluto. L’Italia è una democrazia, si informi.

Non inculchiamo però nulla, noi insegnanti, perché voliamo più alto di dove sa “saltellare” lei: non ci interessano coscienze serve, non ci interessa essere blanditi e omaggiati, ci interessano studenti liberi e pensanti e per far questo (che è poi l’obbiettivo che perfino il suo ministro Gelmini si pone perfino in quella caricatura di riforma che ha prodotto, nonostante che sia un ministro ben strano quello che parla a comando e difende il suo inopportuno non dare le dimissioni anche di fronte una imputazione per prostituzione minorile, eppure Gelmini è ministro di scuole dove gli studenti e le studentesse sono minorenni) – per far questo, dicevo, dobbiamo dare esempio di libertà di pensiero, di onestà intellettuale, di coerenza e garantire agli studenti libertà di pensiero, di espressione e di critica. Secondo Costituzione, la scuola è scuola della Repubblica dove vige l’articolo 3 anche per i piccoli.

Proprio per questo, la Costituzione, coerente nei suoi articoli dall’inizio alla fine, favorisce la scuola pubblica: perché fin da piccoli si è liberi e uguali e si deve uscire dalla famiglia per formarsi anche diversi da quello che la famiglia pretende, esercitandosi a divenire se stessi in un luogo plurimo, protetto, amico come è la scuola.

I figli non sono proprietà delle famiglie, nemmeno la famiglia può plagiare un figlio e farne un clone: si ha diritto di formarsi idee di destra nonostante che il proprio genitore sia di sinistra, si ha diritto a non credere nella religione cattolica o musulmana o buddista anche se la famiglia è cattolica, musulmana, buddista; e dove si può scoprire che il mondo è plurale se non a scuola, nella scuola pubblica della Repubblica e della Costituzione?

I libri su cui si studia sono scritti da persone colte che esprimono le loro idee in scienza coscienza e libertà (ancora la nostra “maledetta” costituzione, democratica e furba! Che dispiacere deve essere per lei sbatterci sempre le corna nella Costituzione e rompersele contro il fatto che lei era stato previsto, anche se in un incubo, dai costituenti – provi a leggere Calamandrei, è istruttivo: parlava di lei con decenni di anticipo, forse perché lei è banale come lo è a volte il male e si faccia spiegare l’espressione che è un pochino ardua oltre che di Hanna Arendt, una filosofa ebrea tedesca … ma di lei veda su Wikipedia se sa cos’è).

I libri su cui si studia li scelgono gli insegnanti perché sono competenti e  non possono essere riscritti tutti e solo secondo le sue volontà, prima di tutto perché sarebbero un po’ poveri per poterci studiare altro che il decorso di un delirio di onnipotenza in peggioramento senile, e poi perché la storia non la si riscrive, è lei che invece fa giustizia della forza e del potere (come dice Pindaro, o Foscolo o un qualunque insegnante di storia). Lei sogna il Grande Fratello, che tutto sorveglia, domina, costringe e falsifica con l’ufficio dell’antilingua e della cronaca eternamente al presente in cui il passato è cancellato e rifatto come un lifting sulla fisionomia dei fatti; ma deve contentarsi del grande fratello televisivo, l’altro glielo impedisce la scuola, che vigila sulla distinzione dei fatti  dalle opinioni, libere ma credibili solo se dimostrate, argomentate e verificabili (che poi sarebbe il metodo scientifico galileiano contro cui molto ha tentato la santa inquisizione, senza successo però perché la storia va per la sua strada nonostante gli interdetti papali e gli arresti domiciliari ai vecchi pur prudenti scienziati).

Non ha molte speranze, signor B., ed è patetico, oltre che pericoloso perché fa marcire il dibattito in questo paese, nel suo intestarsi a ripetere come una macchinetta le stesse trivialità e gli stessi insulti: la scuola pubblica italiana ha accusato i colpi infertile dal suo governo (che compra anche la tolleranza verso le sue immoralità da parte delle gerarchie ecclesiastiche finanziando le scuole cattoliche con quel che toglie alla scuola statale), ma esiste perché deve esistere e perché il futuro richiede scuola e buona scuola libera e plurale, cioè scuola pubblica. Il mondo non si ferma perché lei lo vuole, il futuro non è suo ma dei giovani e delle ragazze che stanno studiando e noi insegnanti le garantiamo che faremo il possibile, come ci è richiesto dal contratto di lavoro, per farli riuscire bene. E’ anche l’unico modo che abbiamo, del resto, per liberarci di quel che lei propala e rappresenta. l’anticultura, la banalizzazione, il non pensiero, e ce la metteremo tutta, anche di più di quello che facciamo di solito ed è tanto, per continuare a contrapporre ai suoi niente idee, valori, senso critico, libertà. La libertà vera, però, quella del pensiero e della passione, quella dei desideri e delle speranze oneste che cambiano il mondo rimettendolo in vita ogni mattina con infinita competente pazienza.

Se vuole può definirmi moralista e utopista, non me ne offendo, non sono Ferrara e non riempio di mutande i teatri né le classi. Io mi definisco una che sogna, ma ad occhi aperti, e dei sognatori ad occhi aperti si deve temere (come scrive Lawrence nei Sette pilasti della saggezza) perchè i loro sogni li realizzano sempre. E di lei la storia può fare a meno, ma dei sogni e della scuola pubblica no.

INVALSI

Invalsi, un nome un programma: rimanda a invalidi e rimanda al passato remoto del verbo invalere, che non è tanto italiano ma è tanto ministeriale.

Senza entrare nel merito dell’idea di costruire prove di valutazione centralizzate non avendo la più pallida idea di quello che si fa nelle scuole, vuoi perché la relazione e il contatto tra ministero e scuole (in particolare lavoro docente) è zero, vuoi perché il ministero ha fatto una “riforma” senza contenuti oltre che senza soldi e senza “forma” (almeno quella che sarebbe necessaria a completare l’iter legittimo del provvedimento che la contiene, ancora a livello di bozza in fieri per molte parti) –

Senza entrare nel merito del fatto che il ministro è in altre faccende affaccendata e tra una “critica” alle donne che scendono in piazza a dire che sono stufe della vergogna di governo e una difesa appassionatamente zelante dell’operato del capo del governo di cui le donne (e nn solo) sono stufe

senza né questo né quello, segnalo che i test INVALSI per la scuola media superiore verrano svolti (come impera la circolare o forse la “grida” ministeriale) il 10 di maggio.

Oggi siamo al 16 di febbraio e non esiste (se non in pectore forse di qualche funzionario, sempre che non sia addetto anch’egli nella mobilitazione a difesa del difensore della nipote di Mubarack) alcuna indicazione, alcun esempio pur per simulazione, alcun nulla e alcunché su cui un docente possa cominciare a far esercitare i suoi studenti perché le prove INVALSI siano non solo una perdita di tempo ma magari anche un qualcosa di sensato (i docenti e le docenti sono specialisti a dare senso a qualsiasi cosa per amore dei piccoli a cui non è bene far vedere troppo presto che il mondo di senso di per sé pare averne poco – il mondo ministeriale almeno).

Insomma: saranno test all’impronta, alla carlona, alla come capita e come viene, a “speriamo che io me la cavo”. E su questi la ministra vuole valutare le scuole.

Un po’ di malumore …. :-((( per dir così.

Il liceo delle scienze applicate – a che punto è?

Stiamo lavorando, a scuola, attorno al problema completamente rovesciato sui consigli di classe di come far partire il prossimo anno le sezioni di scienze applicate.

La situazione non è molto cambiata da alcuni mesi fa, quando vennero fatti uscire quadri e indicazioni senza però aver completato l’iter della legge – e chissà che succede se si va a votare e cambia ministro. Naturalmente il cuore auspica che cambi ministro, governo, capo del governo, paese … solo che l’esperienza (come direbbe Vico) dimostra che una volta fatto un disastro in un corpo vivo come è la scuola non si torna alla situazione precedente e gli effetti del disastro se li godono studenti, studentesse e docenti.

Quindi, con alcuni colleghi abbiamo cominciato a cercare di vedere di parare i disastri cercando di immaginare un curricolo (le indicazioni ministeriali comprendono tutto e di tutto con qualunque metodologia e rimescolate), di immaginare quali sono i punti di criticità per gli studenti (illusi che iscriversi al “liceo senza latino” significhi fare un liceo scientifico più facile, mentre li aspetta una quantità di ore di matematica, fisica e scienze e “informatica” – qualunque cosa sia informatica al liceo, e le indicazioni sono patetiche), per il problema del riorientamento, per quello dell’assolvimento dell’obbligo.

Insomma a nostro parere:

1) c’è da fare una programmazione in cui si individuino “punti di contatto o incrocio” tra competenze (e conoscenze) richieste da materie diverse

2) c’è da riguadagnarsi spazi e tempi per un vero lavoro collegiale del consiglio di classe (lavoro che è stato di fatto cancellato dalla riduzione di tutto l’orario di servizio a orario frontale)

3) c’è da definire gli elementi di valutazione e i criteri di valutazione condivisi per definire i percorsi di sostegno alle eccellenze e alle carenze e i recuperi (viene da ridere quando si pensa a quanti fondi si hanno per i recuperi)

4) c’è da definire come gestire il riorientamento e come assicurare l’assolvimento dell’obbligo

5) c’è da assicurare il servizio migliore per il raggiungimento del successo scolastico

6) nessuno ha ancora definito chi insegna cosa nelle sezioni di scienze applicate (il ministero ha provveduto a farci ricompilare per l’ennesima volta le schede anagrafiche individuali per “le confluenze tra cattedre” – ????? e non se ne è saputo più nulla)

7) Il ministro commenta se le donne sono chic quando vanno in piazza e interviene continuamente per difendere il suo datore di lavoro signor Berlusconi

8) Il ministro non ha stanziato niente per la formazione del personale che è tenuto a realizzare le indicazioni della riforma (sarebbe obbligo di legge fare formazione compensata!)

9) Il ministro ha fatto una sola cosa: fare una circolare sulla obbligatorietà dei test INVALSI

10) siamo a metà febbraio

 

Se non ora quando, signore?

Dai media di governo (quasi tutti quelli popolari e alcuni giornali) la risposta alla manifestazione di ieri è che in piazza c’erano un milione di donne, ma che gli altri 29 milioni erano a casa.

O anche (il vice direttore del Tempo alla rassegna stampa di Radiotre) che la manifestazione era “bella” (nel senso balbettante di graziosa e decorativa) ma che i governi cadono alle elezioni.

L’uso della retorica di governo è prevedibile, sempre uguale (i milioni di lavoratori portati in piazza nell’ultimo decennio dalla CGIL hanno avuto la medesima risposta)  e non è utile prenderla sul serio tanto da entrare in discussione sul fatto se 29 milioni di donne erano a casa perché contente del governo o meno – anche perché re-agire è schiavitù e agire dal proprio punto di vista è l’unica libertà che abbiamo.

Il problema adesso è di queste donne ed è tradurre in prassi l’analisi (che dovrebbe essere individuale e però messa in comune, discussa e rielaborata) del che cosa fare per non essere respinte del “decorativo” e nel “tollerato” (come si scrive oggi sui giornali governativi: in democrazia fanno bene le dimostrazioni anche se non cambiano nulla perché sono minoritarie. Le manifestazioni sono sempre minoritarie anche quando abbiano alle spalle una opinione pubblica o scelte politiche maggioritarie: dipende dai metodi con cui poi alle elezioni si fa la conta e noi abbiamo una legge elettorale truffaldina definita “porcata” dagli stessi che l’hanno fatta).

Se questa manifestazione ha un senso profondo, è quello di dimostrare apertamente che vi è già una cultura diversa da quella di chi ci rappresenta in parlamento come classe politica, che ha volutamente evitato o perso il rapporto con la realtà delle donne e degli uomini che popolano questo paese (perifrasi ad evitare l’uso della parola “popolo”, da sempre in Italia ambigua e invocata per creare confusione e non chiarezza).

Una cultura diffusa e trasversale, di genere in buona parte, ma non del tutto limitata alle donne se finalmente molti uomini di generazioni diverse erano in piazza a manifestare (stando ai cartelli che portavano) per sé e per il loro disgusto, non “per le donne” (che si rappresentano da sole con i loro corpi presenti).

Questa cultura adesso è un sentire, il che significa a mio parere che ha ancora da camminare prima di diventare un pensiero politico e un fare politico, ma il sentire è un fondamento più forte di ogni altro per elaborare politica e pensiero.

Chi raccoglie questo sentire e quelle parole e quella presenza fisica di un milione di donne (e uomini) nelle piazze (e di quelle rimaste a casa, comunque vi siano rimaste)?

Le donne stesse, la politica di opposizione, come e dove e quando?

La spontaneità, gestita da donne che hanno accesso alla parola pubblica come la direttrice dell’Unità o la segretaria della CGIL, ha portato in piazza, ma occorre andare anche altrove, nei palazzi del potere, nelle sedi dei partiti, nei luoghi di lavoro, in quelli della cultura: dove andiamo oggi e domani a parlare, pensare, rappresentare noi stesse?

Dove andiamo per battere l’isolamento, dato che se ieri in piazza c’erano tante persone chiamate dalle donne è perché nei luoghi “privati” (dalle case ai salotti – più o meno chic – alle scuole, ai luoghi di lavoro, alle parrocchie ai monasteri …) di questo si è parlato a lungo altrimenti non ci sarebbe stata nessuna manifestazione, ma la nostra parola e la nostra maniera di vedere il mondo non ha accesso alla scena pubblica dove si prendono le decisioni?

Non è un problema di oggi né solo delle donne: il Social Forum tenutosi a Firenze (come gli altri nel mondo) ha riunito molto di più che un milione di energie pensanti, ma non ha trovato la via alla parola politica che prende decisioni. Vi si discusse, per mesi e mesi dopo la sua conclusione, di rappresentanza politica e di accesso democratico alla formazione delle scelte e alla loro attuazione (il “potere”) e non si è trovato altro che la riproduzione di divisioni “dure e pure” in gruppuscoli sempre più insignificanti, litigiosi e piccoli – fino al ritorno a casa (nei salotti) soprattutto delle donne che non riuscivano a far ascoltare parole diverse da quelle consuete con cui si descrive e agisce “il potere”, parole appartenenti (per storia e rapporti di forza) “maschili”.

Io non penso che il sentire comune mostrato ieri sia poca cosa, ma non penso nemmeno che basti di per sé: forse può mandare a casa un governo, ma come fare per non averne uno costruito sulle medesime strutture?

Come fare per costruire una cultura che si traduca in fatti, in politica, in società, in cambiamento nel lavoro? Si traduca in “storia”?

Da insegnante credo che possa e debba passare anche dalle scuole, ma come? In un modo che non può essere solo legato alla testimonianza individuale e soggettiva, un modo che ha bisogno di nascere dalle relazioni tra le donne che insegnano, dalle donne che sono le madri degli studenti, dalle e dagli studentesse e studenti.

Come, dove?

Se non ora, quando, signore (nel senso non della Bibbia, ma delle “signore” che ieri erano a dire “ora ora ora”)?