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che cosa fa di buono la scuola?

La FLC CGIL ci chiede di scrivere che cosa fa di buono la scuola.

Il suo lavoro. Con onestà intellettuale e impegno (per la maggior parte dei docenti, quelli che non agiscono così sono da licenziare).

Il lavoro della scuola consiste nel consegnare (non “trasmettere”, consegnare) la tradizione culturale ripensata alle generazioni nuove.

Questo serve a vivere.

Non c’è niente di nuovo da dire su che cosa fa di buono la scuola: in ogni sua forma ha sempre fatto questo, ha consegnato le chiavi del mondo umano alle giovani generazioni.

In epoca moderna e con la democrazia (termine che la scuola invita a meditare spesso, anche per controllare quali bachi vi si nascondano dentro), la scuola lo fa per tutti i giovani, non solo per i figli dei privilegiati dato che le classi sociali sono mobili e non sono casta (naturalmente non è vero, diciamo che è una tendenza, un orizzonte verso cui le società moderne vogliono andare). La scuola che lo fa per tutti si chiama scuola pubblica (e di solito statale), quella cioè in cui gli stipendi dei docenti sono pagati dalle tasse di tutti, dato che svolgono un servizio necessario alla società intera (necessario sul piano economico: le democrazie sono forme di governo borghese e capitalistico, la scuola per tutti serve ad allargare la base da cui si selezionano i futuri lavoratori).

In Italia, siccome la Costituzione dice che siamo uno stato basato sul lavoro (art. 1) e che questo definisce in che senso siamo uguali (art. 2 e 3), all’art. 33 e 34 viene definito il compito della scuola dal lato docente e dal lato discente.

Per questo è fuori dal mondo dire che occorre più scuola privata: la scuola privata, pagata dalle famiglie che possono ai loro rampolli, appartiene a forme di società non quali quella in cui viviamo oggi.

Oltre a questo, che è storia e realismo, c’è anche un di più: la scuola serve a imparare a vivere non solo a lavorare; a scuola si coltiva la propria dimensione psicologica (anima, spirito, fate voi), si studiano emozioni e si alimentano immaginazioni. La cultura è questo, anche quella scientifica: capacità di immaginare altro dall’esistente e quindi continuare in quella folle cosa cominciata milioni di anni fa per cui la scimmia ha smesso di essere scimmia e ha cominciato a credere di essere “un essere umano” (che in natura pare non si desse).

Detto ciò: chi limita la scuola pubblica ha ragione soltanto se con questo difende interessi limitati, di parte, ad escludendum; e se vive in un paese in cui vige una qualche forma di ancient régime (re, dittatori, caste, oligarchie …) in cui sia necessario impedire alla maggioranza della popolazione l’accesso al sapere per sfruttarne la sola forza lavoro.

E sembra proprio che in Italia da un ventennio si stia vivendo un tentativo (in parte riuscito) di restaurazione dei privilegi sottratti alle classi al potere durante gli anni dal Sessanta e Settanta. Quindi la restaurazione di Moratti e di Gelmini si spiegano molto bene, così come l’elogio della scuola privata di Berlusconi.

Ma siccome di può andar peggio ma non tornare indietro, e siccome i bisogni di immaginare vanno soddisfatti o la gente dà fuori di testa (un paese come il nostro ha un 70% di analfabetismo di ritorno e un tasso di uso di psicofarmaci paragonabile. Fate voi), sembra proprio che la scuola pubblica non possa essere del tutto demolita e che testardamente dalle sue ceneri risorga ogni volta come la Fenice.

Del resto la scuola pubblica fa il suo lavoro: impedire alla morte che falcia le generazioni di falciarle del tutto, vincere “di mille secoli il silenzio”, continuare a consegnare memoria critica del passato alle nuove generazioni.

La privata invece fa solo selezione (in ingresso più che in uscita) e produce soldi – ma questo non basta a vivere.

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