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Se non ora quando, signore?

Dai media di governo (quasi tutti quelli popolari e alcuni giornali) la risposta alla manifestazione di ieri è che in piazza c’erano un milione di donne, ma che gli altri 29 milioni erano a casa.

O anche (il vice direttore del Tempo alla rassegna stampa di Radiotre) che la manifestazione era “bella” (nel senso balbettante di graziosa e decorativa) ma che i governi cadono alle elezioni.

L’uso della retorica di governo è prevedibile, sempre uguale (i milioni di lavoratori portati in piazza nell’ultimo decennio dalla CGIL hanno avuto la medesima risposta)  e non è utile prenderla sul serio tanto da entrare in discussione sul fatto se 29 milioni di donne erano a casa perché contente del governo o meno – anche perché re-agire è schiavitù e agire dal proprio punto di vista è l’unica libertà che abbiamo.

Il problema adesso è di queste donne ed è tradurre in prassi l’analisi (che dovrebbe essere individuale e però messa in comune, discussa e rielaborata) del che cosa fare per non essere respinte del “decorativo” e nel “tollerato” (come si scrive oggi sui giornali governativi: in democrazia fanno bene le dimostrazioni anche se non cambiano nulla perché sono minoritarie. Le manifestazioni sono sempre minoritarie anche quando abbiano alle spalle una opinione pubblica o scelte politiche maggioritarie: dipende dai metodi con cui poi alle elezioni si fa la conta e noi abbiamo una legge elettorale truffaldina definita “porcata” dagli stessi che l’hanno fatta).

Se questa manifestazione ha un senso profondo, è quello di dimostrare apertamente che vi è già una cultura diversa da quella di chi ci rappresenta in parlamento come classe politica, che ha volutamente evitato o perso il rapporto con la realtà delle donne e degli uomini che popolano questo paese (perifrasi ad evitare l’uso della parola “popolo”, da sempre in Italia ambigua e invocata per creare confusione e non chiarezza).

Una cultura diffusa e trasversale, di genere in buona parte, ma non del tutto limitata alle donne se finalmente molti uomini di generazioni diverse erano in piazza a manifestare (stando ai cartelli che portavano) per sé e per il loro disgusto, non “per le donne” (che si rappresentano da sole con i loro corpi presenti).

Questa cultura adesso è un sentire, il che significa a mio parere che ha ancora da camminare prima di diventare un pensiero politico e un fare politico, ma il sentire è un fondamento più forte di ogni altro per elaborare politica e pensiero.

Chi raccoglie questo sentire e quelle parole e quella presenza fisica di un milione di donne (e uomini) nelle piazze (e di quelle rimaste a casa, comunque vi siano rimaste)?

Le donne stesse, la politica di opposizione, come e dove e quando?

La spontaneità, gestita da donne che hanno accesso alla parola pubblica come la direttrice dell’Unità o la segretaria della CGIL, ha portato in piazza, ma occorre andare anche altrove, nei palazzi del potere, nelle sedi dei partiti, nei luoghi di lavoro, in quelli della cultura: dove andiamo oggi e domani a parlare, pensare, rappresentare noi stesse?

Dove andiamo per battere l’isolamento, dato che se ieri in piazza c’erano tante persone chiamate dalle donne è perché nei luoghi “privati” (dalle case ai salotti – più o meno chic – alle scuole, ai luoghi di lavoro, alle parrocchie ai monasteri …) di questo si è parlato a lungo altrimenti non ci sarebbe stata nessuna manifestazione, ma la nostra parola e la nostra maniera di vedere il mondo non ha accesso alla scena pubblica dove si prendono le decisioni?

Non è un problema di oggi né solo delle donne: il Social Forum tenutosi a Firenze (come gli altri nel mondo) ha riunito molto di più che un milione di energie pensanti, ma non ha trovato la via alla parola politica che prende decisioni. Vi si discusse, per mesi e mesi dopo la sua conclusione, di rappresentanza politica e di accesso democratico alla formazione delle scelte e alla loro attuazione (il “potere”) e non si è trovato altro che la riproduzione di divisioni “dure e pure” in gruppuscoli sempre più insignificanti, litigiosi e piccoli – fino al ritorno a casa (nei salotti) soprattutto delle donne che non riuscivano a far ascoltare parole diverse da quelle consuete con cui si descrive e agisce “il potere”, parole appartenenti (per storia e rapporti di forza) “maschili”.

Io non penso che il sentire comune mostrato ieri sia poca cosa, ma non penso nemmeno che basti di per sé: forse può mandare a casa un governo, ma come fare per non averne uno costruito sulle medesime strutture?

Come fare per costruire una cultura che si traduca in fatti, in politica, in società, in cambiamento nel lavoro? Si traduca in “storia”?

Da insegnante credo che possa e debba passare anche dalle scuole, ma come? In un modo che non può essere solo legato alla testimonianza individuale e soggettiva, un modo che ha bisogno di nascere dalle relazioni tra le donne che insegnano, dalle donne che sono le madri degli studenti, dalle e dagli studentesse e studenti.

Come, dove?

Se non ora, quando, signore (nel senso non della Bibbia, ma delle “signore” che ieri erano a dire “ora ora ora”)?

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