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Fare rivoluzioni e/o stare su Facebook

Twitter, Facebook, and social activism : The New Yorker.

In questo articolo (tradotto nel numero di “L’internazionale” del 4-10 febbraio 2011) Malcom Gladwell fa il punto in modo molto stimolante sul ruolo dei social networks nei movimenti di lotta e di “rivoluzione”.

La sua tesi, che mi convince in pieno, è che per entrare in movimenti ad alto rischio (di arresto, pestaggio, morte …) occorrono legami forti e personali e una organizzazione che abbia una gerarchia, fondata sulla autorevolezza riconosciuta di chi coordina e prende le decisioni sulle controversie interne ai movimenti, mentre le reti sociali sono fondate su legami deboli (Facebook esiste per tenere contatti con persone che si perderebbero di vista altrimenti o con cui i legami sono occasionali; Twitter è un medium che serve per diffondere informazioni brevi, come il telefono, non crea legami diversi dal “seguire” o “essere seguiti” da qualcuno.

La funzione delle reti inoltre si svolge in relazioni orizzontali nelle quali l’autorevolezza dei soggetti è spesso ininfluente (si usano pseudonimi, avatar, non si controllano le fonti delle informazioni se non al bisogno di utilizzarle fuori dal mondo virtuale della rete).

Le reti mettono in contatto persone che non si conoscono o offrono merci tra acquirente e venditore (anche di informazioni), ma non fanno rivoluzioni, né cambiano il mondo perché la politica presuppone un legame forte tra le persone e le idee, che devono essere messe alla prova della realizzazione dei progetti fuori dall’universo “delle chiacchiere” che già aveva studiato Edward Said (cfr. Orientalismi di Feltrinelli, per esempio) e prima di lui Foucault.

La distruzione dei luoghi reali in cui si vivevano relazioni politiche tra persone in carne ed ossa per sostituirle con la liquidità delle pagine di Facebook o dei “partiti personali” di oggi ha comportato la sostituzione della lotta politica e della elaborazione di progetti politici reali con la “partecipazione” virtuale e spesso consolatoria che si esplica con una conflittualità senza rischio (gli insulti e le liti in rete che finiscono nel nulla e non lasciano traccia, e non sono comunque risolvibili tramite l’intervento di una autorità credibile e creduta).

Le lotte nel Nord Africa hanno usato forse anche Twitter e Facebook (ma si veda quanto osserva Gladwell sull’ininfluenza dei social network nella lotta degli iraniani alcuni mesi fa: i blog e le pagine su Facebook erano tenuti da iraniani all’estero, i messaggi erano in inglese e non in farsi, il che indica che la loro lettura era destinata a utenti non di lingua farsi, cioè non quelli che poi si trovavano nelle strade e sui tetti di Teheran); ma le lotte di Tunisini e Egiziani hanno visto migliaia di corpi reali di uomini e donne reali, hanno visto molti morti reali sotto i colpi delle polizie; in Algeria 2000 persone sono state disperse ieri da un attacco della polizia e la loro lotta stenta a decollare non per mancanza di reti sociali ma per la ricchezza che il governo gestisce e gli deriva dalla vendita delle risorse energetiche del paese (gas e petrolio), con la quale divide il fronte della protesta e tiene i prezzi dei generi alimentari a livelli più bassi di quanto potessero fare i governi tunisino e egiziano.

Tutto questo andrebbe ripensato anche in funzione della assenza totale di efficacia (al limite della inesistenza) della opposizione politica italiana, che ha fatto scelte ritenute “modernizzanti” (e si veda come queste scelte siano difese da uno dei personaggi politici più evanescenti del PD, cioè l’ineffabile Walter Veltroni) ed ha segnato la propria fine, inglobata (e contenta o almeno inconsapevole di esselo) nella sterilizzazione di ogni azione politica (prassi) dentro l’universo delle chiacchiere di cui sa servirsi bene la destra berlusconiana, non perché Berlusconi sia un “grande comunicatore”, quanto perché non ha mai avuto né ha inteso avere un progetto politico condiviso e inteso al bene di una parte reale di paese. Il Partito del Premier esiste nella realtà virtuale dei media soprattutto quello televisivo, la sinistra esisteva e esisterebbe nella realtà, ma non ha più dove vivere realmente le proprie idee, i propri progetti, i propri desideri.

Converrebbe pensarci e agire, nella realtà della ricostruzione di relazioni personali forti, reali. Quelle per cui ci si definisce “compagni”, parola che appunto è aborrita dalla virtualità presente di molti adepti del PD.

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