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Meno formazione critica per tutti? – qualche domanda sul liceo delle scienze applicate

Dal prossimo anno (2011 -2012) la Regione toscana dovrà decidere quanti “licei delle scienze applicate” aprire e ogni Provincia dovrà dare attuazione alle indicazioni di pertinenza regionale. Le scuole nella loro (residua) autonomia dovranno poi creare dei Piani dell’Offerta Formativa “rispettosi dei bisogni del territorio” su cui specificamente insistono.

Tutto questo forse aprirà degli spazi (praticamente a cose fatte) perché i docenti si interroghino, pur mentre ormai applicano le ideuzze ministeriali non discusse con nessuno nel merito ma prese per risparmiare cattedre e fare un po’ fumo da buttare negli occhi dell’utenza (famiglie e studenti).

Formulo alcune domande sul liceo delle scienze applicate perché mi pare quello in cui a costo zero si hanno i risultati potenzialmente peggiori.

Premessa: non avrei mai pensato di rimpiangere l’impostazione “da atto puro” cioè tutta studi teorici, dell’unica riforma pensata che abbia avuto la scuola italiana in 149 anni di storia, cioè la riforma di Gentile. A me la scuola di Gentile, come la sua filosofia, non mi è mai piaciuta. Quel che la fa rimpiangere è che era stata pensata e aveva una sua coerenza interna, capace di produrre una scuola coerente, nel bene come nel male. Una scuola contro cui potevi schierarti avendo qualcosa di solido davanti, mentre sono “liquide” al limite del “liquame” la contro-riformetta immaginata da Moratti e la “deforma” attuale, fatta con l’accetta e rifinita col pennato, di Tremonti (alias Gelmini). Ben di peggio ci aspetta col disegno di legge Aprea,che è proprio un pozzo nero, ma per ora lasciamolo dormire nella sua bara al Parlamento, tenendo però presente che come Dracula si sveglierà prima o poi e finirà di trasformare in morti viventi tutti quelli che hanno a che fare con la scuola, a partire dai docenti per finire con gli studenti.

La riforma Berlinguer, in mezzo, fece gettar la spugna sui curricoli a tutti i “saggi” che erano stati invitati a proporne (per evitare questo Gelmini non ha invitato nessun intellettuale a pensare i curricoli, a parte Max Bruschi. Chi è? Mah, mezza Italia se lo domanda) fece  e fa arrabbiare i docenti soprattutto per lo sfascio dei programmi di storia, ha cambiato l’esame di stato in un qualcosa che poteva avere senso ma ne è stato svuotato dai Ministri successivi dei governi del nano; ma anche questa povera riforma Berlinguer ormai la si rimpiange.

Innanzi tutto perché fu una riforma signorile rispetto a quel che è venuto dopo, dato che per un anno intero il ministero spese dei soldi per formare e aggiornare i docenti (i pidocchi succedutisi al seggio di ministro dopo Berlinguer, escluso De Mauro, colpevole di altre colpe, ma compreso l’ineffabile Fioroni, non hanno speso una lira per formazione del personale, nonostante che lo impongano il Regolamento sulla autonomia della scuola – D.lvo 275/1999; e la legge sulla pubblica amministrazione 241/90).

In secondo luogo perché la riforma Berliguer almeno si interrogava sulla necessità di riunificare la preaprazioen tecnico-professionale e quella liceale, inserendo qualcosa di “pratico” (che cosa non si è fatto in tempo a capire) nella scuola liceale volta un tempo a preparare le classi dirigenti e quindi duttile, teorica, pesante come impegno, selettiva e premiata da un solido meccanismo di esclusione negli accessi alla università (solo dal classico si accedeva a tutte le facoltà universitarie, dallo scientifico non si accedeva a quelle di lettere classiche, dai tecnici e dai professionali ci volevano esami integrativi).

Assieme alla riforma della scuola superiore, infatti, Berlinguer mise mano all’università, scassandola del tutto dato che diede di fatto mano libera agli universitari: in Italia gli obbiettivi di Lisbona (falliti ovunque) sono falliti due volte visto che si sono sfracellati su una gestione universitaria che definire baronale, familistica e allegra sul piano economico è proprio poco.

Chiarito che non rimpiango la riforma Gentile e che non rimpiango il liceo “liceale” contrapposto all’istruzione tecnico professionale, pratica e inferiore, vediamo perché c’è da chiedersi se non lo rimpiangeremo.

La deforma gelmini ha rimpastatotutto quel che c’era (rimasto dopo i tagli) con curricoli che sono variazioni sui temi seguenti: ridurre orario di insegnamento, ridurre cattedre, moltiplicare nominalisticamente le opzioni per le famiglie.

Tra queste moltipliche, si nota soprattutto che gli istituti d’arti sono stati uccisi, ai professionali sono sparite le materie professionalizzanti senza niente in cambio; i tecnici sono stati segati alle radici rimpolpettandoli in polpettoni simili e comunque privi di laboratori (i laboratori costano) mentre nei licei scientifico e classico si riduce l’offerta formativa in toto: tagliate via tutte le sperimentazioni (troppe, è vero; e molte buone che potevano passare quindi a ordinario, dentro l’autonomia degli istituti rispettando le storie locali di esperienze valide), rimpastati gli orari in modo da ridurre il numero di stipendi da pagare per i docenti.

Il classico ci ha rimesso la matematica e la parte scientifica in genere, lo scientifico ci ha rimesso le lingue straniere, ore di latino, di storia, di geografia (di fatto sparita), di filosofia, mentre si rinforzano (ma in quadri orari complessivamente ridotti) matematica e scienze naturali. Dal profilo dello scientifico in uscita spariscono di fatto le materie umanistiche.

Se consideriamo il “liceo delle scienze applicate” (che però non è presentato come scuola autonoma, ma come possibile articolazione dello scientifico), scopriamo che sparisce il latino del tutto, filosofia si chiama “filosofia” ma viene affidata a docenti abilitati in psicopedagogia (la classe di concorso è quella che attualmente insegna al professionale e al tecnico), italiano e storia possono essere insegnati dalla abilitazione 050, cioè quella che ad oggi insegna lettere al tecnico e al professionale.

Si guadagnano molte ore di scienze naturali (quelle sottratte ad altre materie) e nel complesso si ottiene una scuola di tipo tecnico, in cui manca tutta la parte che dovrebbe formare in modo equilibrato e critico gli studenti sia sul piano storico-filosofico, che sul piano linguistico che su quello scientifico.

In compenso, se è un compenso, gli studenti potranno andare in laboratorio (un prerequisito dei licei scientifici toscani che possono richiedere l’articolazione “scienze applicate” è di possedere già laboratori validi e attrezzati: di impiantarne di nuovi o di implementare gli esistenti non si parla, non ci sono quattrini per l’ordinaria amministrazione e i servizi minimi, figurati per gli investimenti).

Il dubbio che più ore (una la settimana, via non allarghiamoci troppo!) di laboratorio non siano un “compenso” per la perdita di una impostazione “liceale” della formazione-istruzione nasce dalla domanda: i ragazzini che studiano più scienze naturali e basta diventeranno “scienziati”? O diventeranno meri esecutori di scelte prese altrove per mancata formazione storico-filosofico-critica?

In altre parole: gli insegnanti di scienze naturali (e quelli di fisica e matematica ugualmente) rifaranno i curricoli dall’interno, dato che oggi non dedicano nulla del loro programma alla “filosofia” e alla “storia della scienza”? Certo, oggi i colleghi scientiziati e matematici fanno studiare regole e leggi e fanno praticare in laboratorio esperimenti, ma non mi risulta che questi esperimenti siano discussi sul piano etico-filosofico con gli studenti.

L’idea che “scienza è bello”, priva di un retroterra culturale su cui prospettare che scienza è “prendersi delle responsabilità non tecniche ma sociali, politiche, morali”, va molto di moda: lo scientismo ha sostituito nell’ultimo secolo (e nonostante per esempio Hiroshima e Nagasaki o Cernobil)al fede negli dei. Il “nucleare” è bello perché “l’energia non costa niente” (e le scorie? e i tumori?); i “trapianti sono belli” ma non si riflette mai che per un cuore impiantato su uno che stava per morire c’è un morto certo a cui il cuore è stato tolto (tanto era bell’e morto. Vero, però però però …); la sperimentazione genetica non muove a scuola interrogazione sui limiti (la scienza in Italia è ottocentescamente “progresso illimitato” oppure seicentescamente ” da rimettere in mano a chi di morale se ne intende e cioè santa madre chiesa”); il testamento biologico non si discute nelle ore di biologia; la ricerca scientifica destinata ai sistemi di armamento neppure (è uno dei settori ben finanziati nella ricerca scientifica, perccato che produca morte); la chimica industriale non smuove domande sull’inquinamento e sull’ambiente nemmeno dopo Bophal; non si fanno compiti in clase sull’industria del farmaco mentre si studiano i virus; la forma più diffusa di compito in classe per scienze naturali è il test a risposta chiusa (che misura il sapere in termini di nozioni e non stimola certo l’immaginazione e la rielaborazione negli studenti) …. e via dicendo.

I colleghi che insegnano materie scientifiche sono ottime persone molto ben preparati (almeno il 60% di quelli che conosco io), ma sono anche abituati, insegnando in un liceo, a delegare ai temi in classe dei colleghi di italiano, o al lavoro dei colleghi di filosofia tutti questi argomenti “critici”, su cui magari come persone pensano eccome, ma a lezione sono sempre ossessionati dal “fare il programma”, che è grosso,  fitto, difficile (anche quelli umanistici, ma sai com’è, i programmi in linguaggio di numeri sembrano anche più fitti e difficili) e quindi non han certo tempo e spazi per le belle discussioni “inconcludenti” degli umanisti.

La domanda (torno lì) allora è questa: se il liceo delle scienze applicate serve a ridurre ancora le cattedre di lettere e quelle di filosofia (per una di scienze in più, su otto sezioni di cui due di scienze applicate, ne saltano due di lettere 051 e cambiano in psicopedagogia quelle di filosofia, quindi entra la 050 che farà italiano e storia anche al triennio e quindi infine saltano anche cattedre di filosofia); se il liceo delle scienze applicate piacerà moltissimo alle famiglie “perché non c’è latino”, materia “inutile”, “vecchia” e selettiva (vero: il latino e in genere le lingue classiche sono da ripensare) e si iscriveranno tanti studenti poco motivati allo studio e probabilmente destinati all’insuccesso scolastico perché la matematica rimane di tipo liceale e invece le famiglie si aspettano una specie di istituto tecnico; se si rinforza solo e in modo non riflettuto il settore della “istruzione” scientifica, questa tipologia di scuola, inserita in un liceo scientifico tradizionale che aveva una sua fisionomia culturale, è un guadagno o significa “meno sapere per tutti”?

Perché un tempo (20 anni fa) si voleva la filosofia anche al tecnico e al professionale, in modo che la formazione dei cittadini e delle cittadine del domani avesse il suo spessore critico e consapevole, da dare a scuola proprio perché questi ragazzi si indirizzavano a lavorare invece che all’università, mentre ora si toglie ogni palestra di pensiero da tutti i tipi di scuola e la si sostituisce con “laboratori per apprendisti stregoni” (se i laboratori ci sono).

Questo – se non saranno strutturati nelle scuole dei veri curricola di scienze naturali, fisica e matematica in cui si dia spazio alla riflessione storic, etica e critica – produrrà appunto quadri tecnici e “signorsì”, ma non “scienziati”.

Leonardo da Vinci si riteneva un “omo sanza lettere” (senza cultura cioè) perché non conosceva il latino; Galileo è stato uno dei prosatori maggiori del Cinquecento, Cartesio ha dato il via a una (produttiva ma non poi tanto positiva) rivoluzione scientifica ma era un filosogo … e nessuno scienziato successivo è stato tale senza avere una solida formazione generale, tale da permettergli di immaginare e quindi ricercare nella Natura delle cose.

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