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Bocciature

Via via che escono i risultati dei primi scrutini di fine d’anno (e molti sono bloccati dallo sciopero dei COBAS-scuola quindi verranno aggiornati) emergono le prime statistiche: sono in aumento le bocciature.

I giornali si sono sbizzarriti in qualche articolo di contentezza (la scuola diventa più “seria”) allineandosi al Gelmini-pensiero (oddio, “pensiero” forse è dir troppo, ma insomma …); altri fanno dietrologie insinuando che i docenti, scontenti della manovra che toglie dai loro stipendi circa 3000 euro l’anno e tarpa la carriera (che poi sarebbe solo (sic!) la progressione giuridica della anzianità, dato che carriera per i docenti non è prevista dall’ordinamento); altri invece sostengono che no, i docenti sono buonissimi e che dovrebbero bocciare di più, anzi non bocciano di più solo per far dispetto al ministro e danno il 6 politico (che tenerezza: il “sei politico” dice l’età media dei giornalisti, adolescenti o adulti già nel ’68, cari!).

Tante volte si è detto che in Italia tutti sono mister della nazionale di calcio e aprono bocca senza compenteze né conoscenze reali sulle formazioni; diciamo allora anche che in Italia tutti, perfino Cannavaro o Lippi se volessero dire qualche stronzata sulla scuola senza conoscenze né competenze parlerebbero non peggio di tanta stampa: tutti hanno tirato due calci a un pallone e tutti hanno fatto le scuole, che ci vuole per chiacchierare, specie se malignamente sui docenti e sul mistero misterioso degli scrutini?

Ecco. Allora: poniamoci socraticamente una domandina. Crediamo che i tagli ai finanziamenti della scuola abbiano ricadute o no sul servizio?

Ci saranno più treni e più servizi se si tagliano i soldi alle ferrovie (tagli secchi, nessun investimento dai risparmi comunque operati, il ricavato destinato altrove, che so? in alitalia, nella scuola dei marescialli di Firenze, nel G8 alla Maddalena, nelle autoblu o nelle massaggiatrici … fate voi) ?

No, certo. Idem su qualsiasi altra cosa si operino disinvestimenti, non si avranno migliorie e alla fine si chiuderà (vd. Tanzi e la Parmalat salvata in corner, o vedi tante e tante altre aziende non salvate affatto con i lavoratori sulla strada e con le pezze al culo).

Ecco, la scuola è a modo suo anche una azienda statale che riceve sempre meno investimenti e anzi è saccheggiata di risorse. C’è un piano politico di dismissione infatti, attraverso la sua riduzione a erogatrice di servizi minimi e la distribuzione di incentivi (in Lombardia sono circa 3000 euro a studente) perché le famiglie si rivolgano al privato per comprare il soddisfacimento dei loro bisogni di istruzione. Il modello “Lombardia” dalla sanità alla scuola esportato in tutta Italia (contro al solito le prescrizioni della Costituzione che ritiene l’istruzione un diritto e non un bisogno e fa obbligo allo stato di renderlo un diritto reale, mentre lascia al privato la possibilità di aprire scuole “senza oneri per lo stato”).

Che cosa è accaduto nello scorso anno scolastico dati i tagli agli investimenti nella scuola? Personale in meno (un centinaio di migliaia di insegnanti in meno negli scorsi due anni e non è ancora finita), classi più numerose (da 24 a 30 studenti in media per classe in dieci anni), ridotto all’osso (e si ridurrà ancora nel prossimo anno scolastico) il finanziamento dei corsi di sostegno alle difficoltà di apprendimento in itinere e corsi di recupero del secondo quadrimestre e estivi; riduzione a quasi zero delle possibilità delle scuole di investire in strumenti didattici (tanto si chiacchiera delle Lavagne multimediali quanto non si hanno soldi per comprarle per esempio); riconduzione a 18 ore frontali (cioè tutte in classe) dell’orario dei docenti e nessun investimento per la loro formazione in servizio, per il loro aggiornamento, scarsissimi fondi dalla contrattazione decentrata di istituto per incentivare il lavoro di programmazione; ovviamente nessun quattrino per pagare eventuali straordinari (tanto per la cronaca: molto del lavoro di programmazione avveniva proprio capillarmente nelle ore di servizio  non impegnate in classe).

E ora ecco il risultato sul “prodotto” della azienda scuola: aumenta l’insuccesso scolastico, come è ovvio e previsto. I ragazzi più deboli, con più difficoltà, quelli a cui si dovrebbe dare una didattica individualizzata, spariscono nel mucchio dei 30 almeno alunni per classe; i corsi di recupero sono in media di 4 ore e i gruppi di ragazzi che li seguono (provenienti da classi diverse e portatori di difficoltà individuali, diverse tra loro, spesso legate al bisogno di apprendere un metodo e di sviluppare una motivazione soggettiva allo studio) sono composti di non meno di 10 studenti, spesso anche 20. Alla fine dell’anno scolastico i docenti sono, nelle superiori, impegnati negli esami di stato e fare anche i corsi estivi è un massacro di stanchezza, potendo non si dà la disponibilità, le scuole subappaltano a docenti pensionati o a ragazzi appena laureati senza che si abbia il tempo di programmare con loro un percorso (si danno agli studenti le letterine con il programma di recupero, ma senza potersi riunire, discutere e programmare è come dare un libretto di tagliando a un meccanico generico: farà lo standard e gli studenti invece avrebbero bisogno di interventi mirati).

Insomma: i docenti non sono né buoni né cattivi, non danno il voto politico, raccolgono alla fine dell’anno quel che hanno potuto seminare su un terreno che è stato bombardato, devastato, saccheggiato e cosparso di sale dai “risparmi” del governo.

La scuola non vive in un mondo astratto, vive nella storia e la storia di questi anni è segnata da precisissime scelte politiche.

Non sarebbe male che le famiglie che vanno a votare si chiedessero che scuola vogliono per i loro figli, quanto costa averla e pretendessero che le loro tasse fossero spese bene e in modo trasparente, invece che sprecate e dirottate a implementare la finanziarizzazione di questo paese sempre meno capace di futuro e di giustizia.

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